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SOSTENIBILITA’, INNOVAZIONE E TRASPARENZA, COSI’ SI MIGLIORA CULTURA E QUALITA’ DELLA VITA IN AZIENDA

di Matteo Castelnuovo | 03/10/2022

«Quello che viviamo oggi è un momento di enorme trasformazione e, se dobbiamo pensare a quale sia il messaggio più importante che un brand possa far arrivare ai propri stakeholder, credo che questo sia far capire che esista uno scenario chiaro anche in un contesto di turbolenza assoluta come quello attuale. In questo senso, quindi, le aziende devono essere capaci di dire con chiarezza alle persone che cosa fanno e come lo fanno, permettendo loro di comprendere se sono allineate o meno con questa visione e se si possono riconoscere realmente in essa». E’ questo lo spazio concettuale su cui Livio Livi, Direttore Risorse Umane, Sostenibilità e Relazioni Esterne di Kuwait Petroleum Italia, ha voluto concentrarsi nel suo commento a latere della presentazione della ricerca “L’Employer Branding nell’era della Great Resignation: come attrarre i talenti nel nuovo mondo del lavoro” (realizzata da Business InternationalFiera Milano in collaborazione con Indeed) tenutasi nel corso dell’evento HR Directors Summit all’interno dell’edizione primaverile della settimana del Business Leaders Summit. Una visione precisa di uno stato dell’arte del mondo del lavoro che, tra i due anni di Pandemia appena passati e la crisi geopolitica in atto, è in costante evoluzione sia sotto un profilo socio-economico, sia da un punto di vista profondamente culturale. «La trasformazione tecnologica e culturale che per sintesi si focalizza e denomina in sostenibilità – spiega il manager – deve portare, quindi, le aziende a veicolare una visione nuova sia al loro esterno, sia al loro interno, attraverso tutti gli strumenti che hanno a loro disposizione. In questo scenario la grande novità da sfruttare risiede proprio nei nuovi metodi di comunicazione, dove il digitale permea tutto».

LA FORZA DELLA DIGITAL TRANSFORMATION

In questi due anni, infatti, il digitale si è evoluto e ha cambiato il nostro modo di stare insieme e anche l’ambiente in cui viviamo. Elementi che non possono essere più ignorati o sottovalutati. «La comunità aziendale oggi ha uno spazio diverso nel quale vive e che si articola tra lavoro in presenza e smart working – prosegue Livi –. In questo nuovo ambiente i modi di comunicare sono molto cambiati. Le persone sono a distanza e proprio per questo devono essere in grado di venire inserite comunque in un'unica dimensione virtuale. Nonostante questo, però, l’obiettivo dell’azienda deve rimanere quello di una creazione di equilibrio personale e di benessere che ovviamente varia e deve essere calibrata sulle esigenze di ogni singola persona, per far si che possa esprimere il suo potenziale al massimo e liberamente».

IL VALORE DELL’ASCOLTO

In questo senso, l’ascolto, l’empatia e la capacità di interpretare, analizzare e gestire le situazioni, soprattutto a livello interpersonale, diventano risorse essenziali per il futuro. «In ogni contesto, per migliorare, bisogna capitalizzare tutte le opportunità date da un nuovo scenario – sottolinea il manager –. Ai giorni nostri questo significa puntare tutto su sostenibilità e innovazione. Per farlo, però, prima di produrre qualsiasi tipo di investimento strutturale, è necessario mettere al centro la persona, elencando tutte le informazioni di cui ha bisogno per poter capire a fondo cosa stia succedendo e quindi da lì muoversi per cambiare davvero il volto all’azienda». Un approccio quasi filosofico, questo, che porta però a capire come, gestendo il problema alla radice, si possa impostare una vera strategia vincente per attrarre le migliori eccellenze presenti sul mercato. «La Talent Acquisition – continua il manager –, secondo noi, è fondamentalmente legata al concetto di sostenibilità. Prima di cercare nuovi professionisti, infatti, bisogna sempre porsi una domanda: “Tu chi vuoi?”. E’ chiaro, infatti, come per le aziende oggi la laurea e l’inglese siano elementi di base, ma è altrettanto cruciale valutare con attenzione anche un assessment in cultura digitale e in cultura di sostenibilità. Impostazioni mentali che consentono di mappare le persone non solo sulle competenze, ma anche sulla cultura giusta per affrontare il futuro».

METTERE IL TERRITORIO E LE PERSONE AL CENTRO

Un approccio che guarda avanti, dunque, e che pone grande attenzione nelle collaborazioni con il territorio circostante e nella capacità di interagire e coinvolgere la propria forza lavoro. «Dopo due anni di Pandemia – continua Livi – se si vuole davvero percorrere la strada della sostenibilità a 360 gradi, bisogna dare opportunità di crescita alle eccellenze sul territorio, creare internamente all’azienda un ambiente che sia sfidante e porti la persona a sentirsi in prima fila, organizzativamente parlando, nei progetti e nell’opera di cambiamento». In questo modo, ognuno porterà il suo contributo, sviluppando un senso di soddisfazione e appartenenza diffuso verso l’azienda. «Quella che noi chiamiamo social intelligence – spiega il manager – è uno dei quattro asset di sviluppo fondamentale per il futuro del business. Questo concetto, però, non si rifà solo all’aspetto empatico, ma verte anche su qualità come etica, trasparenza, correttezza e coerenza organizzativa su temi valoriali». Tutti aspetti che, ovviamente, generano benessere psicofisico nelle persone. «Se offri un ambiente nel quale c’è qualità di vita – commenta Livi – la gente non se ne va. Il nostro tasso di uscita, in Q8, per esempio, è sotto l’1%. Il nostro settore, infatti, è considerato una industry su cui investire in lungo periodo e l’uomo è sempre un asset che non va visto a breve raggio. Per questo, in una persona che entra nel nostro team, vogliamo vedere una prospettiva di lungo termine». Un ideale che, nell’ultimo periodo, con l’avvento del fenomeno della cosiddetta “Great Resignation”, sembra essersi un po’ perso. «Quello che è andato in criticità non è una competenza piuttosto che un’altra – sottolinea Livi –, ma sono state proprio le persone in senso generale. Ciò che abbiamo vissuto in questi due anni, probabilmente, è stato come trovarsi davanti a un bivio di scelte con cui confrontarci, dove la domanda principale è stata: “Cosa vuoi tu davvero?”. E rispetto alla risposta conseguente le persone hanno fatto la loro scelta. La gente se ne va dalle aziende oggi se non si trova più bene con se stessa e con il mondo circostante. Se non c’è equilibrio si cerca con sempre maggiore determinazione di ritrovarlo, senza guardare più a un salario più alto o a cose simili, come avveniva in passato, ma semplicemente all’equilibrio e alla qualità della propria vita».

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Finance & Administration

MILAN FINTECH SUMMIT: IN DUE ANNI MILANO HA ATTRATTO L’INTERESSE DI 73 NUOVE REALTÀ FINTECH INTERNAZIONALI TRA CUI 13 UNICORNI

Aiutare l’ecosistema fintech italiano a crescere, attrarre interesse e investimenti anche da parte di player internazionali e accendere i riflettori sul ruolo centrale di Milano quale capitale dell’innovazione a livello europeo. Sono questi gli obiettivi del Milan Fintech Summit, l’evento internazionale promosso e organizzato da Fintech District, Business International - Fiera Milano, insieme a FTS Group e con il supporto del Comune di Milano tramite Milano&Partners.

LA VIA DEL FINTECH

A pochi giorni dall’avvio della terza edizione – la prima totalmente in presenza – che si terrà presso l’Hotel Melià di Milano il 5, 6, 7 ottobre 2022, i dati mostrano come il Summit e le iniziative a esso collegate stiano portando risultati concreti nello sviluppo di una roadmap in grado di attrarre investimenti nel nostro Paese anche dall’estero: FDI Unit – Foreign & Direct Investments Unit di Milano&Partners mostra che negli ultimi due anni 152 Fintech internazionali hanno manifestato concreto interesse verso la città. Dal 2018 al 2021 le aziende Fintech in Italia sono cresciute anno su anno del 28%, passando da 299 a 564 con la città meneghina che guida questa crescita e attrae sempre più investimenti, ospitandone oltre il 45%. La FDI Unit di Milano&Partners in collaborazione con il Fintech District si è resa protagonista di questa crescita, attraverso l’implementazione di un Soft Landing Program - iniziativa a supporto di fintech estere non ancora operative in Italia che vengono accompagnate alla scoperta del mercato locale attraverso la creazione di relazioni e piani di azione strutturati - che ha visto coinvolti 73 nuovi player internazionali, di cui 13 unicorni. Di questi, 11 sono già diventati operativi in Italia e 5 lo saranno a breve. I finanziamenti alle startup Fintech italiane sono cresciuti di oltre il 60% dal 2018 al 2021 e nel 2021 le startup Fintech italiane hanno ricevuto 410 milioni di euro, stabilendo un nuovo record per il paese.

AL VIA LA TERZA EDIZIONE DEL MILAN FINTECH SUMMIT

Sono oltre 90 i relatori confermati per questa nuova edizione, tra questi i CEO di unicorni internazionali, i founder delle eccellenze Fintech nostrane, player finanziari tradizionali e rappresentanti delle Istituzioni. Esperti ed economisti nazionali e internazionali si confronteranno sui trend che stanno ri-disegnando i confini del settore finanziario, sulle prospettive future e sui next step necessari perché l’ecosistema fintech possa continuare a crescere ed esprimere a pieno il suo potenziale.

Clelia Tosi, Head of Fintech District, commenta: “L’ecosistema italiano è maturo e pronto per esprimere le sue potenzialità: le fintech sono oltre 400 con un numero sempre maggiore di scale up e la maggior parte di quelle che appartengono alla nostra community hanno un modello di business b2b o b2b2c, sono quindi aperte e cercano la collaborazione con gli incumbent. Segnali positivi arrivano anche sul fronte degli investimenti, dal momento che più del 50% degli stessi arrivano da fondi di venture capital internazionali. L’Italia rimane tuttavia ancora fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei: per stare al passo con i competitor internazionali, è necessario migliorare nel fare sistema e agevolare il dialogo tra tutti gli stakeholder. Il Milan Fintech Summit punta proprio a questo”.

Creare una cultura dell’innovazione finanziaria non è solo una grande opportunità per l’Italia, ma è soprattutto una necessità a cui non possiamo sottrarci, in questo frangente storico. Formare nuove generazioni di talenti all’interno di un profilo generale tecnologico e circolare, infatti, è l’unico modo per trovare soluzioni concrete e flessibili alle ondulazioni continue della realtà quotidiana. In questo contesto, grazie ad eventi come questo, la città di Milano può trasformarsi in una vera e propria porta verso il presente avanzato, generazionalmente allineata alle aree del mondo che stanno disegnando col pensiero i nuovi modelli della produzione, immateriale e non” aggiunge Carlo Antonelli, Direttore di Business International – Fiera Milano.

Sotto la regia del conference chair Alessandro Hatami, si alterneranno sul palco gli unicorni stranieri operativi in Italia nelle persone di Erik Podzuweit Founder e Co-CEO di Scalable Capital, Alexandre Prot Co-Founder e CEO di Qonto, Lukas Enzersdorfer-Konrad Deputy CEO di Bitpanda. Riccardo Trubiani, Chief of Staff di ScalaPay - primo unicorno fintech italiano - sarà protagonista del networking cocktail – su inviti - del primo giorno. Sul palco anche il keynote speaker Sopnendu Mohanty, Chief Fintech Officer della Monetary Authority of Singapore, Matthias Kroener, Carlo Gualandri CEO di Soldo, Giuseppe Vegas Chairman di Arisk ed ex presidente di Consob, Paolo Zaccardi Co-founder e CEO di Fabrick, Clément Mauguet Co-Founder di Agicap, Sergio Zocchi CEO di October Italia e Presidente di Italia Fintech. Dagli Stati Uniti interverranno, invece, Omobola Johnson, ex Ministro delle tecnologie e della comunicazione in Nigeria e Senior Partner di TLcom Capital, e Brett King, autore di best seller e Host di Breaking Banks.

3 le importanti novità di quest’anno: la sessione “V for VC (or CVC)” in cui aziende selezionate faranno pitch con investitori italiani e internazionali in un contesto a loro riservato, la sessione “Everything You Always Wanted to Know from Authorities (But Were Afraid to Ask)” in cui rappresentanti di Consob e Milano Hub – Banca D’Italia risponderanno alle domande arrivate dal grande pubblico, e l’area espositiva fisica in cui le aziende partner presenteranno le proprie soluzioni e saranno a disposizione per incontri e dimostrazioni.
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Top Management

LE AGENDE DI OGGI DEI CEO GUARDANO ALLA RIVOLUZIONE SOSTENIBILE DI DOMANI

Per imprenditori, manager e investitori finanziari la sostenibilità è da diverso tempo una priorità cruciale. Del resto, essere sostenibili e con obiettivi specifici paga economicamente e crea valore: i titoli con elevato rating ESG, dal 2007 a oggi, hanno registrato un’over-performance del 150%. Se il percorso di transizione energetica è certo, permangono invece dubbi su modalità e tempistiche: si teme che l’obiettivo net zero non sia conseguibile prima del 2057. Gli amministratori delegati hanno ben chiaro quanto il fattore ESG sia centrale per il futuro delle loro aziende, ma sono anche pienamente consapevoli della complessità del processo di trasformazione. Molti CEO sono attivi su iniziative ESG che coinvolgono il proprio settore merceologico e collaborano con le autorità di regolamentazione e i legislatori per promuovere progressi più rapidi. Proprio nei prossimi giorni Bain & Company Italia presenterà il suo “ESG CEO Pulse”, una serie di conversazioni con un panel di CEO italiani sulle sfide della sostenibilità.
Tra i temi chiave emersi durante alcune di queste interviste – spiega Roberto Prioreschi, SEMEA Managing Partner di Bain & Company - c’è la consapevolezza dei numeri uno aziendali di dover essere i promotori di un cambiamento culturale all'interno delle loro organizzazioni per coinvolgere tutti. In generale, i dirigenti con cui ci siamo interfacciati, ritengono di fare meglio in materia ESG rispetto al Paese nel suo complesso, che è in ritardo rispetto a 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite”.
In questo contesto, considerato che in appena un anno le aziende hanno deciso di destinare oltre il 40% in più delle proprie risorse a questo percorso, si evince che le imprese sono intenzionate a investire in media il 23% del capitale a nuove iniziative imprenditoriali a sostegno e in risposta alla transizione energetica”, prosegue Prioreschi, evidenziando come sposare la rivoluzione sostenibile sia il modo migliore per assicurarsi più stabilità e solidità economico-finanziaria.

Le strategie di sostenibilità di successo prevedono investimenti per i prossimi 3-5 anni in ottica “future back” e comprendono cambiamenti nel profit pool per i prossimi 10-30 anni”, osserva Pierluigi Serlenga, Managing Partner Italia e Leader globale Aerospace, Defense and Government Services Sector di Bain & Company. “Il nostro supporto ai Gruppi industriali nel percorso di trasformazione sostenibile va dallo sviluppo di una strategia di sostenibilità trasformativa, alla quantificazione a lungo termine delle implicazioni sul business”.
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Top Management

CYBERSECURITY: L’AUMENTO DEI DEEPFAKE RISCHIA DI PORTARE I PROFESSIONISTI DEL SETTORE AL BURNOUT

In occasione del Black Hat USA 2022, VMware, Inc. (NYSE: VMW) ha pubblicato l'ottavo rapporto annuale Global Incident Response Threat Report, che analizza nel dettaglio le sfide che devono affrontare i team di sicurezza, dalla pandemia, al burnout dei professionisti, ai cyberattacchi a sfondo geopolitico.

Un argomento di grande attualità che abbiamo voluto approfondire attraverso l’analisi di questo report, anche in vista della prima edizione dello Strategic Risk & Cybersecurity Summit previsto a Roma, il 30 novembre e 1 dicembre 2022, all’interno dell’edizione autunnale del Business Leaders Summit – la grande manifestazione dedicata ai migliori C-level dell’impresa moderna, organizzata da Business InternationalFiera Milano.

I RISULTATI DELLO STUDIO

Secondo i risultati dello studio, il 65% degli addetti alla sicurezza informatica afferma che i cyberattacchi sono aumentati dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. Il rapporto, inoltre, fa luce sulle minacce emergenti, come deepfake e attacchi alle API, con i criminali informatici che prendono di mira gli stessi incident responder.

"Per eludere i controlli di sicurezza, oggi i criminali informatici stanno introducendo nei loro metodi di attacco anche i deepfake", ha dichiarato Rick McElroy, principal cybersecurity strategist di VMware. "Secondo il nostro report, due intervistati su tre hanno rilevato l’utilizzo di deepfake dannosi come parte di un attacco, con un aumento del 13% rispetto allo scorso anno e l'e-mail a rappresentare il metodo di trasmissione più comune. Oggi i criminali informatici non si limitano più a utilizzare video e audio manipolati nelle campagne di disinformazione o nelle influence operations. Il loro nuovo obiettivo è sfruttare la tecnologia deepfake per ottenere l'accesso e compromettere le organizzazioni".

Altri risultati chiave del rapporto includono:
  • Il burnout dei professionisti della sicurezza rimane un problema critico. Il 47% degli addetti alla sicurezza ha dichiarato di aver sofferto di burnout o di forte stress negli ultimi 12 mesi (dato in leggero calo rispetto al 51% dello scorso anno). Di questi, il 69% (contro il 65% del 2021) degli intervistati ha preso in considerazione l'idea di lasciare il proprio lavoro. Le organizzazioni si stanno comunque impegnando per contrastare il fenomeno: più di due terzi degli intervistati ha dichiarato che il proprio datore di lavoro ha implementato programmi di benessere aziendale per affrontare il burnout.
  • Gli attori ransomware oggi incorporano strategie di estorsione informatica. Il predominio degli attacchi ransomware, spesso sorretto e amplificato dalle collaborazioni dei gruppi di criminalità informatica sul dark web, non si è ancora arrestato. Il 57% degli intervistati si è imbattuto in attacchi di questo tipo negli ultimi 12 mesi e due terzi (66%) hanno riscontrato la presenza di programmi di affiliazione e/o partnership tra gruppi di ransomware, con i principali cartelli informatici che continuano a estorcere denaro alle organizzazioni attraverso tecniche di doppia estorsione, aste di dati e ricatti.
  • Le API sono il nuovo endpoint e rappresentano la prossima frontiera per gli aggressori. Con la proliferazione dei carichi di lavoro e delle applicazioni, il 23% degli attacchi compromette la sicurezza delle API. I principali tipi di attacchi alle API includono l'esposizione dei dati (42% degli intervistati nell'ultimo anno), gli attacchi SQL e API injection (rispettivamente 37% e 34%) e gli attacchi Denial-of-Service distribuiti (33%).
  • I movimenti laterali sono il nuovo campo di battaglia. Sono stati rilevati nel 25% di tutti gli attacchi, con i criminali informatici che hanno utilizzato qualsiasi mezzo, da host di script (49%) e archiviazione di file (46%) a PowerShell (45%), piattaforme di comunicazione aziendale (41%) e .NET (39%) per sondare le reti.


"Per difendersi dalla progressiva estensione della superficie di attacco, i team di sicurezza hanno bisogno di un livello adeguato di visibilità su carichi di lavoro, dispositivi, utenti e reti per rilevare, proteggere e rispondere alle minacce informatiche", ha dichiarato Chad Skipper, global security technologist di VMware. "Se i team di sicurezza prendono decisioni basate su dati incompleti e imprecisi, viene inibita loro anche la capacità di implementare una strategia di sicurezza granulare e i loro sforzi per rilevare e bloccare gli attacchi laterali sono ostacolati da un contesto limitato dei loro sistemi".

Nonostante lo scenario attuale decisamente turbolento e le crescenti minacce descritte nel report, gli addetti alla risposta agli incidenti stanno reagendo: l'87% dichiara di essere in grado di interrompere le attività dei criminali informatici molto spesso (37%) o a volte (50%), e di farlo utilizzando anche nuove tecniche. Tre quarti degli intervistati (75%) dichiara infatti di utilizzare le patch virtuali come meccanismo di emergenza. In ogni caso, maggiore è la visibilità che i difensori hanno sull'attuale superficie di attacco, più saranno attrezzati per affrontare l’attuale panorama di minacce.
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Human Resources

CHIMIRRI: DALLA DECENTRALIZZAZIONE DEL DECISION MAKING AL CULTURAL FIT, IL FUTURO DELLE HR È HUMAN CENTRED

«L’elemento valoriale è la guida per il nostro futuro nell’attrazione dei talenti e non solo». Inizia così il ragionamento di Gianfranco Chimirri, Global Human Resources Director di Unilever, commentando – nel corso di una chiacchierata realizzata durante l’HR Directors Summit, all’Interno di Business Leaders, a latere della presentazione della ricerca “L’Employer Branding nell’era della Great Resignation: attrarre i talenti nel nuovo mondo del lavoro” elaborata da Business InternationalFiera Milano, in collaborazione con Indeed – la trasformazione, o se vogliamo la rivoluzione, in atto nel mondo del lavoro. «I talenti – prosegue il manager – oggi hanno bisogno di trovare un meaningful job. Ciò significa che cercano un’azienda in cui si possano ritrovare e identificare, trovare il senso (why) di cosa fanno ed avere un impatto positivo sulla vita degli altri. Il cultural fit risulta così essenziale tanto per il professionista, quanto per l’organizzazione. Solo con quello si può trovare un reciproco e duraturo rapporto di successo». Un obiettivo che Unilever ha ben presente. A tal punto da riuscire a essere l’employer of choice per i professionisti di 65 Paesi nel mondo. «Ciò che potrebbe stupire, in questo senso, però – tiene a sottolineare Chimirri –, è il fatto che questo posizionamento non derivi dall’offerta di uno stipendio più alto rispetto ai mercati in cui operiamo, anzi, i nostri salari sono volutamente inseriti sulle medie di mercato, ma è uno scenario che si definisce perché le persone si realizzano professionalmente ed umanamente nell’organizzazione. Quando, infatti, si realizza un’attività che ogni giorno esprime il proprio purpose, allora si riesce a trovare la qualità della vita delle persone all’interno dell’organizzazione stessa».

YOU ARE MORE THAN YOUR JOB

Un meccanismo di appartenenza, quindi, che si sviluppa automaticamente e spesso promuove risultati migliori, rispetto a quelli ottenuti sulla base delle vecchie dinamiche di business. «Oggi lo slogan da tenere sempre presente è: “You are more than your job”. Può sembrare solo un claim, in realtà, ma, se diventa un cardine essenziale della logica aziendale, consente al professionista di voler mettersi in gioco in prima persona per raggiungere quell’extra mile che si traduce in maggiore engagement, produttività e quindi migliori risultati di business. (happy people producono happy business)». Una visione a campo largo e lungo periodo, di chiaro stampo internazionale, questa, che oggi, però, viene ancora più enfatizzata dalla trasformazione digitale in atto. «In senso generale, dal nostro punto di vista – commenta il manager –, più tecnologia c’è, più va evidenziato l’aspetto umano. Noi, per esempio, utilizziamo il precision employer branding, o data driven employer branding, proprio per valorizzare l’elemento umano. Può apparire come un ossimoro, infatti, ma da anni abbiamo abbandonato le logiche da “career day”, per focalizzarci sull’utilizzo delle analytics al fine di individuare i target di candidati da attrarre, misurare le campagne social ed adattare i messaggi in funzione dei talenti cui parliamo. In questo modo per noi è più semplice andare a vedere se, effettivamente, c’è il cultural fit necessario per entrare in azienda». Un approccio quasi scientifico che cerca di trovare un equilibrio tra la sempre crescente informazione, messa in campo dai candidati nei confronti dell’organizzazione, e la necessità di costruire una community unita e coerente sotto un set di valori che siano in linea con un preciso purpose aziendale. «Il fenomeno della Great Resignation, o comunque di una maggiore attenzione ai valori presente da entrambe le parti – spiega Chimirri –, secondo me è un tema più generazionale che geografico. Per la generazione X, una volta, avere un buon lavoro ben retribuito era essenziale, mentre ai Millennial, adesso, serve proprio un meaningful job, come si diceva prima, che sia collegato a un buon work/life balance, ma che al contempo consenta loro di sperimentare il purpose in action, vivendo una leadership di valorizzazione e supporto non di controllo. Questi non sono più principi negoziabili».

LA TECNOLOGIA AL SERVIZIO DELLA QUALITA’ DI VITA

Un cambiamento strutturale che non può più essere ignorato a nessun livello e che ha cambiato, soprattutto in questi due anni di Pandemia, il modo di pensare delle persone. «Busy is the new stupid – scherza, ma nemmeno poi tanto, il manager –. Alla fine, magari, si è diventati CEO, ma si ha anche sfasciato la famiglia e non si ha prodotto nulla per la società e questo non è più accettabile per le nuove generazioni. I Millennial ormai stanno entrando nella stanza dei bottoni e quello che pensano diventerà presto decisivo. Basti pensare che i nuovi decision maker vivono già oggi modelli diversi. Usano la tecnologia per vivere meglio e non per guadagnare di più o avere un potere fine a se stesso. Una riflessione che, se seguita consapevolmente, dovrebbe portare anche le aziende a rivederne la logica di implementazione. «La tecnologia, in un’azienda globale come la nostra – continua Chimirri –, è un asset essenziale per creare un’unica community realmente interattiva e trasparente, producendo contemporaneamente un’enorme democratizzazione della comunicazione, della trasparenza operativa e organizzativa e dell’espressività. Per i nativi digitali questo è scontato, mentre per altre generazioni si è dovuto intraprendere un percorso di apprendimento per imparare a utilizzare i tool digitali. Il principio, però, rimane quello di assimilarli in maniera corretta per mantenere questa innovazione fondamentale, come deve essere, ma sempre e solo al servizio della crescita e dello sviluppo valorizzante delle persone».

L’EREDITA’ DEL COVID-19: L’IMPORTANZA DELLA CURA PER LE PERSONE

Una linea guida che, ovviamente, va perseguita nell’ottica di questa cura per le persone che, probabilmente, è uno degli insegnamenti e delle rivoluzioni culturali più importanti che il Covid ci ha lasciato in eredità. «Il mental wellbeing – aggiunge il manager – è stato uno dei problemi principali da gestire ai tempi del covid, sia per portare le persone a contribuire all’innovazione dell’azienda, sia alla collaboration. I nostri leader, in questo senso, hanno dovuto acquisire maggiori skill nell’empatia e nella intelligenza emotiva delle persone per capire come ribilanciare i carichi del work/life balance. Proprio per questo, l’esigenza primaria che hanno le aziende oggi è quella di sviluppare una leadership di servizio e caring per creare una cultura di feedback, trasparenza e valorizzazione. Questa è la strada da seguire in modo che le persone si formino e si sentano parte di una community inclusiva, diventando così più forti rispetto alle tentazioni di uscita dalla company. Quello che, infatti, non facciamo e non faremo mai è lavorare su temi transazionali o di retention. Dal nostro punto di vista, il problema da cui deriva la Great Resignation non è professionale, ma emotivo e a un problema emotivo bisogna dare una risposta emotiva. Piuttosto, lasciamo andare le persone, tenendo la porta aperta per dargli la possibilità di riflettere e poi, magari, farli ritornare». Il problema, dunque, sembra essere: come rinforzare questa cultura di leadership e di caring. «La vera sfida sta nella leadership – conferma Chimirri –, i leader fanno la cultura e all’interno della cultura le persone o diventano insoddisfatte e stressate o crescono e migliorano se stesse. La connessione tramite la tecnologia ci espone a trasparenza e democratizzazione. Un uomo solo al comando non esiste più. Ci deve essere una decentralizzazione del decision making schiacciato verso il basso per avvicinarlo sempre di più al cliente. Se non si fa questo, non si potranno più dare risposte alle nuove generazioni e se non si hanno i contenuti per farlo non si va da nessuna parte».
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Human Resources

IL FUTURO DELL'ISTRUZIONE E' EDTECH

Nonostante le molte sfide significative, l’istruzione rientra tra le storie di successo mondiali. Anche i dati lo confermano: nel 1820, ben l’88% della popolazione mondiale era analfabeta, mentre nel 2016 è passata a essere solo il 14%. Nei cinquant’anni compresi tra il 1970 e il 2020, la percentuale di adulti a non aver ricevuto un’istruzione formale è scesa dal 23% a meno del 10%. Nel corso di questa evoluzione dell’apprendimento, il modello educativo è rimasto in gran parte intatto. Ma il progresso tecnologico, unito ad altri sviluppi (tra cui l’impatto di una pandemia globale) stanno cambiando rapidamente il nostro approccio. Qual è dunque il futuro del settore dell’istruzione? Per comprendere quali siano le tendenze dell’istruzione moderna, bisogna innanzitutto prendere in considerazione la crescita demografica. Si prevede che, entro il 2050, la popolazione mondiale crescerà di altri 2 miliardi, raggiungendo i 9,7 miliardi. Nonostante tale aumento, si registra un calo dei tassi di crescita a livello globale a partire dalla metà del XX secolo. In breve, l’invecchiamento della popolazione crea notevoli pressioni fiscali ed economiche sui sistemi pensionistici e sanitari già tesi, soprattutto nelle economie sviluppate. La realtà di vivere più a lungo significa che probabilmente dovremo lavorare di più se vogliamo sopravvivere economicamente.

MIGLIORARE LE COMPETENZE DIGITALI

In questa transizione, l’istruzione costituirà un fattore cruciale. In particolare, i governi e le industrie dovranno garantire che la forza lavoro – fatta di giovani e adulti – sia preparata per le sfide future, intervenendo sull’aggiornamento, la riqualificazione e la riconversione professionale. Sempre più spesso, il contesto in cui avvengono queste attività si trova online. Grazie a Internet, l’istruzione può avvenire ovunque e in qualsiasi momento. Con la crescita demografica mondiale, aumenta anche l’accesso globale a Internet. Entro il 2050, si stima che il 90% della popolazione avrà accesso ai servizi Internet a banda larga, rispetto a circa la metà della percentuale attuale. Le opportunità per il settore dell’istruzione online sono quindi enormi. La didattica da remoto è stata forse catalizzata dalla pandemia; tuttavia, il trend del decentramento dell’istruzione è in atto già da tempo. Le classi virtuali e l’istruzione online hanno registrato un’enorme crescita nell’ultimo decennio, sia nei Paesi sviluppati che in quelli emergenti. Secondo le previsioni, nel periodo 2020-2028 il mercato globale dell’istruzione online crescerà a un tasso di crescita annuale composto del 12,68%. Il settore universitario ha già colto il potenziale dell’offerta di corsi online. I corsi online aperti e di massa (MOOC), per esempio, hanno registrato una forte crescita; tra il 2012 e il 2018, il numero di MOOC disponibili è aumentato di circa il 683% e il numero totale di studenti iscritti è passato dai 10 milioni del 2013 agli 81 milioni attuali. Le università stanno inoltre esaminando nuovi approcci alla didattica mista (che implicano meno tempo nei campus). Per un settore già gravato da pesanti livelli di indebitamento (sia per gli studenti che per le istituzioni) le potenziali opportunità – e minacce – sono significative. Con l’aumento dell’accesso alla didattica online, si prevede che il numero di persone prive di istruzione formale si ridurrà dall’attuale 10% a circa il 5% nel 2050. Per i Paesi a basso reddito o in via di sviluppo, l’apprendimento da remoto offre un accesso e una flessibilità maggiori rispetto all’istruzione tradizionale.

L’APPRENDIMENTO DIVENTA VIRTUALE

Oltre a un miglioramento dell’accesso all’istruzione, anche la qualità e la natura dell’insegnamento si stanno evolvendo. Innovazioni tecnologiche come la realtà aumentata, la realtà virtuale, i sistemi aptici, il cloud computing e l’intelligenza artificiale contribuiranno a rendere l’istruzione molto più virtuale, immersiva e pratica. In particolare, la realtà aumentata e quella virtuale, che al momento sono due tecnologie distinte e si limitano a stimolare la sensazione del tatto e la percezione del movimento, entro il 2050 sono destinate a fondersi, grazie soprattutto ai progressi della tecnologia. I dispositivi aptici stimolano i nostri cinque sensi e la percezione somatosensoriale, per esempio pressione, dolore o temperatura: questi possono fornire agli utenti un’esperienza nel complesso realistica, grazie alla capacità di rilevare l’ambiente circostante in cui vengono utilizzati. Così, gli studenti potrebbero proiettarsi in un determinato periodo o luogo della storia e interagire con quel contesto. Inoltre, la tecnologia avanzata di feedback aptico può fornire una formazione virtuale che sia pratica o fisica, e non più solo teorica, che attualmente è l’unica forma di istruzione online. È molto probabile che, con i progressi dell’intelligenza artificiale e della robotica, le classi possano essere guidate da insegnanti o assistenti virtuali. Anche la modalità di apprendimento potrebbe essere influenzata dalle professioni future e dalle tecnologie emergenti. Di conseguenza, gli studenti dedicheranno probabilmente una parte consistente della loro istruzione all’apprendimento di competenze associate alle discipline STEM, come la robotica e la programmazione. La pandemia ha dimostrato come il lavoro a distanza non influisca sui livelli di produttività, e ha inoltre confermato la necessità di un apprendimento flessibile al fine di ottenere il massimo dall’istruzione. Quando potremo lasciarcela finalmente alle spalle, ci aspettiamo che il modello educativo tradizionale si trovi davanti a molte altre sfide. Lo sfruttamento della tecnologia ci consentirà di adattare l’istruzione alle esigenze individuali: forse abbiamo finalmente trovato i mezzi per garantire che ognuno di noi trovi la sua strada verso il successo.

Settore da monitorare: EdTech

Sul fronte societario negli ultimi anni diverse sono state le quotazioni di società tech in ambito della didattica a distanza. 2U, Chegg, Skillsoft, Tal Education nonché le ultime entranti Coursera, Duolingo e Udemy sono solamente alcuni dei nominativi più celebri. Dopo aver assistito ad un boom, generato dalle restrizioni della pandemia, tutti i titoli scambiano ad oggi al di sotto di tali livelli (o dei relativi valori di inizio quotazione). Tal Education registra la perdita maggiore (-91% da gennaio 2020) causa l’ingerenza politica cinese, volta a limitare il profitto in ambito educativo. Duolingo dall’altro canto registra la minore flessione e il miglior rapporto prezzo/fatturato (P/S). In un quadro di preferenza al valore rispetto alla crescita è normale che tali titoli sono stati scartati, poiché molti di essi scambiano ancora in perdita economica. L’attuale correzione tuttavia potrebbe portare maggiore interesse per ingressi nel settore. Tutto questo nonostante un numero di utenti registrati in continua crescita. Osservando infatti i dati di Coursera e Duolingo si osserva un CAGR del 27% negli ultimi 4 anni per Coursera e del 53% per Duolingo. Numeri di non poco conto. L’analisi, tuttavia, non dovrebbe fermarsi ai soli player attivi nell’educazione a distanza. La dimensione, infatti, del mercato del EdTech e delle classi intelligenti è stata fissata a 88,82 miliardi di dollari nel 2021. Si stima che il mercato aumenterà da 101,64 miliardi di dollari nel 2022 a 319,65 miliardi di dollari entro il 2029 a un 17,8% CAGR durante il periodo di previsione. Secondo la valutazione, gli investimenti rialzisti nelle infrastrutture digitali incoraggeranno le aziende leader ad espandere la loro penetrazione. Le soluzioni hardware intelligenti, come lavagne interattive e progetti interattivi, guadagneranno un notevole successo. Nomi del calibro di Microsoft, Google, Samsung, Cisco, Panasonic, SAP, Apple, IBM e Amazon sono solamente alcuni dei player da monitorare che possono approfittare di questa nuova tendenza congiunturale e che possono continuare a spingere prodotti e servizi essenziali nell’era digitale. Nel frattempo le trimestrali di HP invitano alla cautela. Il mercato potrebbe crescere, ma nel frattempo registra revisioni al ribasso. La domanda di PC, esplosa all'inizio della pandemia, è diminuita con la riapertura delle scuole e soprattutto il sentiment economico in calo fa rivedere la priorità di alcune spese da parte delle famiglie. Questo tuttavia non fa demordere la società a puntare sul mercato, con l’acquisizione di Poly, per ampliare l’offerta con accessori audio e video.
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Marketing & Innovation

DATA CENTER: L'IMPORTANZA DELL'ADOZIONE DI UNA STRATEGIA GREEN PER FAR FRONTE AL CONSUMO ENERGETICO

In queste settimane abbiamo parlato molto spesso di come i dati rappresentino ormai il nuovo oro dell’era moderna. Dal business alla vita quotidiana e della produzione manifatturiera al fitness, i dati oggi sono l’elemento cardine su cui fa perno la nostra quotidianità a 360 gradi. Con l’evoluzione di sistemi di intelligenza artificiale, internet of things e cloud computing, però, la gestione di questi dati diventa sempre più complessa e questo porta alla creazione di data center sempre più articolati, grandi ed energeticamente dispendiosi. In questo senso, il 2022 si è aperto con un cambio di passo tecnologico ed è risultato sempre più chiaro come la transizione ecologica e digitale rappresentino ormai due facce della stessa medaglia. La risposta a questo cambio di rotta risiede nel green data center. Un concetto strutturale facile a parole, ma un po' meno nei fatti perché all’inizio dell’anno non avevamo messo in conto lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina che ha portato i prezzi delle materie prime ad aumentare vertiginosamente, soprattutto in Italia, così come quelli relativi al consumo energetico. Il gas come sappiamo, infatti, è una ricchezza indispensabile per il sostentamento del Paese e per le aziende poiché la maggior parte dei data center sono alimentati tramite energia elettrica prodotta da centrali a gas. A testimonianza di questo, per altro, ci sono anche fonti autorevoli, come Terna-Rete Elettrica Nazionale S.p.A, che rilevano come più del 52% di energia elettrica venga prodotta da impianti termici, il 31% da fonti energetiche rinnovabili, il 5% da biomasse, e solo il 12% sia importato dall’estero. Di questo 52%, però, il 43% deriva solo da centrali a gas e i data center di certo influiscono negativamente sul consumo e sulla necessità di energia poiché consumano circa 200 terawattora (TWh) all'anno e si prevede che il loro consumo di elettricità aumenterà di circa quindici volte entro il 2030, fino a raggiungere l'8% della domanda complessiva di energia elettrica.

Una fotografia chiara, questa, che mostra quanto il contesto geopolitico potrebbe rendere critica la gestione delle aziende e del business moderno in generale. Un tema che abbiamo voluto comprendere meglio attraverso il commento di un esperto del settore come Riccardo Rossi, Consulting Manager di HiSolution, anche in vista della prossima edizione di AIXA – Artificial Intelligence Expo of Applications, organizzata da Business International - Fiera Milano e prevista presso l’Allianz MiCo di Milano il 15 e 16 novembre 2022,

“Lo scenario non è così promettente – spiega il manager –, ma come reagire? Da ogni crisi nasce sempre un’opportunità, come ci ha dimostrato la pandemia da Covid-19 che ha contribuito all'accelerazione verso soluzioni tecnologiche di remote working. Questo scenario rappresenterà una forte spinta verso soluzioni green ed ecosostenibili per i data center, il cui problema principale risiede nel sistema di raffreddamento delle macchine. Un fattore che corrisponde al 37% dei consumi totali di un data center”. Percentuale non indifferente se si pensa che il 50% di energia viene consumata da server e apparecchiature di rete, il 10% dal sistema di distribuzione, e il 3% dal sistema di illuminazione. “Ogni data center, infatti – prosegue Rossi –, produce una grande quantità di anidride carbonica che entra in contatto con temperature elevatissime che devono essere a loro volta opportunamente raffreddate. Maggiore è la produzione, maggiori sono quindi i costi per sostenerla. Adottare strategie sostenibili sfruttando nuove soluzioni digitali per garantire energia rinnovabile al 100% è oggi all’ordine del giorno. Questi sistemi ibridi di energia distribuita possono garantire le due tipologie di corrente, alternata e continua. Ciò permette di mettere in pratica nuove modalità di efficientamento energetico e di far lavorare i data center senza dispersione di carbonio nell’ambiente”. Una delle tendenze più rilevanti nell’IT, però oggi, come accennavamo anche all’inizio, è il passaggio dai centri di elaborazione dati di singole aziende a data center on premise, da cui attingere potenza di calcolo e informazioni, verso il Cloud. “Non tutti i data center in cloud sono però uguali – avverte il manager –. La sostenibilità energetica dipende da che tipo di energia utilizzano per alimentarsi. Dunque, si ottiene un effetto benefico dal punto di vista della sostenibilità, se e solo se la maggior parte dell’energia utilizzata è prodotta da fonti rinnovabili”. La progettazione di un'infrastruttura data center è chiave quindi per la corretta realizzazione di una soluzione green. “La sola infrastruttura non è però sufficiente – ricorda Rossi –, sono necessarie anche la razionalizzazione continuativa delle macchine virtuali e degli applicativi installati e l’ottimizzazione e la digitalizzazione dei processi aziendali, che ha un impatto importante sulla sostenibilità dell’ambiente. Una serie di azioni da intraprendere e decisioni da prendere per nulla banali, queste, che, come consigliato anche da realtà come la nostra, richiedono una visione strategica e di lungo periodo, ma soprattutto un team di professionisti dedicato che aiuti le aziende a progettare e a disegnare sartorialmente l'infrastruttura di data center, con un occhio attento alla sostenibilità e al risparmio dei costi legati all’energia”.
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