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Il futuro del lavoro - a cura di Franco Toffoletto

«Siamo affetti da una nuova malattia di cui alcuni lettori non hanno forse ancora letto il nome, ma di cui sentiranno molto parlare negli anni a venire e cioè la disoccupazione tecnologica. Ciò significa una disoccupazione causata dalla scoperta di strumenti atti a economizzare l’uso di manodopera e dalla contemporanea incapacità di tenere il passo trovando altri utilizzi per la manodopera in esubero». Sembra scritto oggi ma lo ha scritto JOHN MAYNARD KEYNES, nel 1930.

Secondo alcuni, «oltre la metà dei posti di lavoro negli USA potrebbe essere a rischio di computerizzazione nel prossimo ventennio. Il 47% dei lavori americani corre un alto rischio di essere robotizzato, e per un altro 19% il rischio è di livello medio»(FREY-OSBORNE, The future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation?, 2013). Ed in Europa non sarà molto diverso. Per alcuni sono posti di lavoro che si perdono irrimediabilmente. Per altri, come è sempre accaduto, alla sparizione di mestieri e professioni ne nasceranno come è sempre successo di nuovi anche in numero superiore. Alcuni analisti economici ravvisano la soluzione nell’innovare l’organizzazione: co-inventare nuove strutture, nuovi processi organizzativi e nuovi modelli aziendali che facciano uso delle tecnologie in continuo sviluppo e sulle competenze umane. «Non si tratta tanto di avere addetti ai computer più qualificati, quanto di riorganizzare interi processi di produzione e addirittura intere industrie, in modo da sfruttare al meglio le nuove tecnologie informatiche (BRYNJOLFSSON & MCAFEE, 2014).

Ma il fenomeno al quale assistiamo è complesso e soprattutto molto veloce e non mi pare che la questione possa risolversi soltanto con cambiamenti della disciplina del rapporto di lavoro. Forse fra 10 anni come non esisteranno più auto a motore a scoppio, non esiterà neppure una diversificazione tra le diverse forme di lavoro. Il lavoro sarà lavoro e basta con un’unica disciplina.

Ma a prescindere da ciò, è un fatto che oggi abbiamo già delle applicazioni di intelligenza artificiale che solo mio papà non riteneva potessero esistere così presto: automobili che guidano da sole o assistenti che rispondono alle nostre richieste e svolgono attività pertinenti.
Già JOSEPH SCHUMPETER (1883-1950) aveva descritto questo processo come una «Distruzione Creativa», attribuendo agli imprenditori il ruolo centrale nello sviluppo e nella propagazione delle innovazioni necessarie.

Interessante quanto afferma CHARLIE SONGHURST, uno dei pensatori più creativi all’intersezione fra tecnologia, società ed economia globale. «Prima di Uber, a Milano o a Lione c’erano due o tre aziende di mini-taxi in concorrenza tra loro. Il proprietario di una di quelle compagnie poteva valere uno o due milioni. Nella comunità locale era un ricco. Questa situazione era comune in ogni città d’Europa. Questo tipo di persone ha cessato di esistere. La stessa cosa avverrà nel mondo intero. Di autisti ce ne saranno ancora. Ma è la mansione meno specialistica della filiera. Il resto del denaro andrà agli azionisti di Uber nella Silicon Valley. Grazie a queste piattaforme, la Valley è diventata ricca come l’antica Roma. Raccoglie tributi da tutte le sue provincie. Il tributo è il fatto che il business di queste piattaforme appartiene a lei. Gli annunci economici, In Italia, un tempo comparivano sulle pagine dei giornali cittadini. Oggi vanno su Google. Pinterest sostanzialmente rimpiazzerà le vendite tramite rivista. Ora Uber domina i trasporti».

Ma c’è un risvolto positivo della medaglia: «Ma non è solo apocalisse …

Se guardiamo Airbnb (ALEC ROSS, Il nostro futuro, p. 117):

  • il prodotto o il servizio è un bene latente che altrimenti non verrebbe utilizzato;
  • l’attività economica viene estesa a svariate comunità. A New York l’82% dell’offerta si trova al di fuori da Manhattan: ciò aiuta a portare denaro dei turisti in quartieri normalmente non frequentati dai turisti stessi;
  • si abbassano i prezzi e quindi si permettono soggiorni più lunghi o si consente di viaggiare a chi non poteva farlo prima;
  • si crea un reddito supplementare a centinaia di migliaia di famiglie. Per i 5.600 che a Berlino mettono a disposizione un locale, il 48% delle entrate va a spese essenziali come l’affitto. Il 47% di tutti gli offerenti di Airbnb dichiara che quell’attività aveva permesso loro di conservare la propria abitazione
  • L’economia della condivisione crescerà e si allargherà a molti altri settori. Aumenteranno i lavoratori che si offriranno sul mercato senza intermediari ma anche senza protezioni …».

Certamente non si può fermare lo sviluppo ed il radicale cambiamento del modo di vivere di intere generazioni. Ed è anche probabilmente difficile immaginare che il processo possa essere limitato per legge. Certamente è necessario regolamentarlo sotto molti aspetti: fiscale e lavoristico/previdenziale. Ma l’analisi è complessa ed esula da questa breve trattazione.

Mi pare, però, per cercare di raggiungere una sommaria conclusione, che l’aspetto cruciale, quello che tutti coloro che hanno esaminato questo momento storico individuano, concerne l’istruzione e la formazione durante l’intera vita lavorativa. Perché la conoscenza dura sempre meno.

Quindi la questione più rilevante, credo, sia come fare ad assicurare ad un bambino che oggi inizia la prima elementare gli strumenti adatti per poter lavorare quando finirà la scuola, cioè nel 2037, (anno in cui forse andremo su Marte, secondo ELON MASK, 67° International Astronautical Congress, Guadalajara, settembre 2016).

Il 2023 è il momento in cui secondo VERNOR VINCE (1993) si raggiungerà la c.d. «singolarità» ovvero il punto in cui l’Intelligenza Artificiale raggiungerà e sorpasserà l’intelligenza umana.

Altri sono più prudenti: RAY KURZWEIL indica il 2045 ed altri ritengono che non si verificherà mai. KEN GOLDBERG, un esperto di robotica dell’Università di Berkeley, dice: «I robot sono destinati a diventare sempre più umani. Ma il divario tra gli umani e i robot non si colmerà: è così vasto che ci accompagnerà per tutto il prevedibile futuro» (2013).

Quindi non basterà la conoscenza digitale di oggi.

Recentemente il Senato ha elaborato un interessante documento intitolato «Impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale». Vi si legge un dato assai preoccupante. «… i valori relativi alla produttività, ferma ormai da oltre quindici anni, (…) rendono oggi necessaria, e non solo opzionale, una transizione verso modelli produttivi in cui l'innovazione, espressa anche nella forma della digitalizzazione, possa contribuire a rendere più competitive le nostre imprese e più competenti i lavoratori. E sono numerosi gli studi che leggono come strettamente connesse tra loro la produttività e due fattori: le competenze e nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Gli ultimi dati OCSE mostrano come le performance italiane siano basse su entrambi questi indicatori. Questo per quanto riguarda sia le competenze di base che per quelle di tipo digitale…».

Nella scala che misura la percentuale di adulti con un alto livello di conoscenza (Literacy and numeracy proficiency among adults), l’Italia è all’ultimo posto con uno score di 0,7 contro una media del 1,2 paesi cone l’Olanda con 2,3 (la Francia e la Spagna hanno 0,8). Sulle competenze digitali la situazione è peggiore: l’Italia ha 14,6 contro una media di 10,2; la Germania 6,1…

Allo stesso modo, relativamente alla diffusione delle cosiddette high-performance work practices, il nostro Paese si trova all'ultimo posto tra i Paesi OCSE. Dietro di noi solo Turchia e Grecia. Ai primi tre posti la Danimarca, la Finlandia e la Svezia.

Prosegue il rapporto cit.: «L’idea che lo sviluppo tecnologico sia un fenomeno incontrollato ed incontrollabile, un destino al quale tutti sono costretti, è una comoda modalità per non interessarsi dei processi che stiamo vivendo. Così come lo è il negare che sia proprio la tecnologia ad aver consentito negli ultimi decenni un miglioramento della qualità del lavoro e della produttività delle imprese, oltre che della vita di ognuno, e allo stesso tempo creato nuovi lavori. Si calcola che in 27 Paesi europei la digitalizzazione abbia prodotto 11,6 milioni di posti di lavoro aggiuntivi tra il 1999 e il 2010. Questo ha portato anche alla scomparsa di altri posti in un fenomeno che è di sostituzione e trasformazione, non di pura distruzione.

Se le ricostruzioni storiche ipotizzano tassi di occupazione del 65 per cento nel settore agricolo nel basso medioevo, oggi questi tassi negli stessi Paesi europei sono intorno al 3 per cento pur con i volumi della produzione agricola che sono drasticamente cresciuti e con una ridistribuzione del lavoro nei settori industriali e poi dei servizi. Sembrano così difficilmente sostenibili le tesi secondo le quali il 47 per cento o più delle occupazioni verranno automatizzate nei prossimi anni o, come ha sostenuto il World Economic Forum, scomparirebbero 5 milioni di posti di lavoro senza alcuna sostituzione entro il 2025. Le stime OCSE prevedono invece per l'Italia un 10 per cento di soggetti ad alto rischio di automatizzazione e un 44 per cento di occupati le cui mansioni cambieranno radicalmente. Ciò non vuol dire che non si verificheranno problematiche e che queste non siano già presenti, ma solo in una prospettiva non apocalittica è possibile affrontare le sfide della digitalizzazione nel mondo del lavoro muovendo con determinazione dalla centralità della persona».

Allora l’emergenza vera è la riforma integrale del sistema scolastico e formativo professionale. E certamente non sarà impresa semplice.

09/11/2017 | archivio news