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Finance & Administration

Gli eventi dell’area Finance & Administration (AFC) sono rivolti ad una community di oltre 40.000 manager che operano nella divisione AFC di multinazionali, grandi aziende e PMI italiane che hanno l’opportunità di aggiornarsi professionalmente e confrontarsi in expo internazionali, annual conferences, corsi di formazione ed eventi ad hoc.

Gli eventi flagship dell’area sono 3 tra i più importanti appuntamenti in Italia in ambito AFC: CFO summit, Finance Award e Re-Inventing Finance.

TAG: Amministrazione, Audit, Bilancio, Budget, Cash Flow, CFO, Contabilità, Controllo di Gestione, Corporate Governance, Fatturazione Elettronica, Finanza, Fiscale, IAS-IFRS, Recupero Crediti, Reporting, Tesoreria.


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News & Media

La grande sfida del futuro? generare valore per tutti gli stakeholder dell'impresa a 360 gradi
Nel 2022, ormai, il tema della sostenibilità è legato indissolubilmente alle sfide che le imprese dovranno tenere in considerazione per un approccio misto che, da una parte, guardi al tradizionale obiettivo di generazione del profitto, e dall’altra, alla capacità di rimanere competitivi e al passo con i tempi, continuando a produrre innovazione. «Il vero risultato da raggiungere nel futuro delle imprese, sarà quello di affiancare a questa prospettiva un ventaglio più ampio degli stakeholder che interagiscano con l’impresa e acquisiscano valore o disvalore dall’attività della stessa», spiega la professoressa Raffaella Cagliano, Direttore vicario del Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, commentando i dati emersi dallo sviluppo della ricerca dal titolo “ESG e finanza di impresa: a che punto siamo?”, realizzato da Business International – Fiera Milano, in collaborazione con CCH Tagetik, Expert Solution di Wolters Kluwer, per interpretare la rivoluzione in atto nel mondo della finanza d’impresa. «In questo senso, inoltre, possiamo trovare due aspetti, quello ambientale e quello sociale, che impatta sulla forza lavoro interna e sul territorio e la società esterna». Un’analisi che rende chiaro come il punto di partenza sia sempre quello di considerare la sostenibilità come fattore centrale delle strategie d’impresa. «Nel momento in cui si attiva questo processo, rendendolo il cuore dei piani industriali e della cultura aziendale – continua Cagliano –, si possono sviluppare strategie specifiche all’interno di ogni funzione dell’organizzazione per dare respiro e forza a questi temi.

IL NUOVO FOCUS ESG DEI CFO

I CFO in questo contesto assumono così un ruolo cruciale sia per indirizzare le tattiche d’azione interne, sia per gestire le relazioni con gli investitori sotto questo profilo, evidenziando l’attenzione posta dall’azienda sui criteri ESG, per rispondere a finanziatori sempre più sensibili a questi argomenti». Se internamente, quindi, la parte strettamente valoriale o economica deve guidare le strategie ESG che sono oggi alla base delle scelte degli investitori, esternamente, invece, va attuata un’importante operazione di comunicazione che mostri la misurazione delle performance dell’impresa orientata ai temi environmental, social and governance. «Il CFO – aggiunge la professoressa – deve saper rappresentare al meglio le performance dell’impresa in questo mercato. Per farlo, però, è essenziale che primariamente abbia la capacità di comprendere quali siano le questioni materiali che determinano la sostenibilità di un’azienda. Questo significa: discernere quali sono gli elementi rilevanti e quali no, attraverso un’analisi di materialità che permetta di sviluppare progetti di lungo termine su cui innestare in un secondo momento la propria visione di sostenibilità».

LA SOSTENIBILITA' COME MOTORE DEL CAMBIAMENTO CULTURALE D'IMPRESA

Un’evoluzione, questa, che richiede prima di tutto un cambiamento culturale importante. «La sostenibilità – ricorda Raffaella Cagliano – deve essere parte integrante dell’impresa che si deve trasformare per diventare più sostenibile. Parlare di sostenibilità, quindi, non vuol dire creare un progetto a latere, ma modificare il core business per renderlo sostenibile, sfruttando tre linee guida imprescindibili: l’innovazione, che è fondamentale by definition per la generazione di nuovi processi; la tecnologia, che è oggi un abilitatore primario dello sviluppo sostenibile; il dato, che venendo raccolto, gestito e analizzato, consente di implementare e far progredire la trasformazione digitale dei processi stessi. Solo così potremo davvero supportare le strategie di sostenibilità del nostro business».
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Persone, misurazione e cultura aziendale, i 3 asset dell'agenda Esg delle imprese del futuro
Sostenibilità, investimenti, persone e business. Il futuro che si propone davanti ai CFO dell’impresa moderna è un percorso di trasformazione da intraprendere con attenzione e coraggio. Un cammino evolutivo da non sottovalutare e allo stesso tempo da abbracciare per poter continuare a sviluppare il valore della propria attività. «Per affrontare seriamente e concretamente in azienda il percorso di introduzione della sostenibilità, come elemento fondamentale delle strategie e delle decisioni, è necessario operare il cambiamento agendo su differenti fattori abilitanti», spiega Roberto Mannozzi, Chief Administration, Planning & Control Officer di Ferrovie dello Stato Italiane, parlando della roadmap delle aziende verso i modelli Environmental, Social and Governance e commentando i dati emersi dallo sviluppo della ricerca dal titolo “ESG e finanza di impresa: a che punto siamo?”, realizzato da Business International – Fiera Milano, in collaborazione con CCH Tagetik, Expert Solution di Wolters Kluwer, per interpretare la rivoluzione in atto nel mondo della finanza d’impresa. «Bisogna, infatti, mettere al centro le persone - prosegue il manager -, lavorando sui valori, sul percorso di formazione e sullo sviluppo del “pensiero integrato”. Quindi è necessario agire in maniera trasversale all’interno dell’azienda che, insieme al sistema di rewarding del management, faccia emergere in modo chiaro la volontà di perseguire specifici obiettivi di sostenibilità nello sviluppo dei business. Inoltre, è fondamentale focalizzarsi sugli investimenti, sia finanziari che tecnici, che vedano il percorso di valutazione preventiva dare rilevanza agli aspetti della sostenibilità pienamente integrati con quelli della redditività. Infine, è cruciale mantenere l’attenzione sui prodotti e servizi offerti ai clienti, che siano la derivata ultima di processi che vedono al loro interno, end to end, il concreto sviluppo di obiettivi ESG, non solo nell’ambito delle dichiarazioni a livello di disclosure verso l’esterno, ma come effettiva realizzazione, dimostrabile nei fatti, degli obiettivi strategici dichiarati». Risultati questi, complessi da raggiungere in una sola volta e che richiedono altresì tempo per essere ottenuti e consolidati concretamente.

IL SEGRETO DI UNA BUONA STRATEGIA ESG

«Una buona strategia ESG – commenta Mannozzi –, perché sia vincente e possa davvero trasformare l’approccio al business di un’impresa, deve inserirsi e integrarsi in tutti i settori aziendali, fin dalla definizione degli obiettivi del piano industriale, attraverso un cambio di paradigma culturale che deve partire dalla sensibilità del vertice, incluso il Board, per scendere attraverso il management e le strutture, centrali e operative di business, nella consapevolezza che senza un’adeguata sensibilità ai temi ESG, e ai rischi che in assenza di un tale approccio si determinano inevitabilmente sui valori aziendali, non è più possibile valutare e proiettare attendibilmente a medio lungo termine la sostenibilità dei business». Un aspetto, questo, su cui bisognerà lavorare ancora molto, ma che sicuramente pone i CFO in un ruolo fondamentale per agevolare e accelerare questa trasformazione sostenibile sempre più necessaria. «I direttori finanziari del futuro – aggiunge il manager – saranno chiamati sempre di più a stimolare l’attenzione dell’azienda su questi temi, fin dall’attività di supporto alla costruzione dei piani strategici, sviluppando metriche e tassonomie che diano concreta evidenza degli impatti negativi a tendere determinati dai rischi di cui accennavo prima».

OBIETTIVO: CREARE UN UNICO INTEGRATED REPORTING

Criticità che possono essere evitate solo grazie a una trasformazione e a un cambiamento della cultura aziendale di cui non è più possibile ignorare la necessità. «Il CFO oggi infatti – aggiunge Mannozzi – non può rimanere estraneo allo sviluppo dei processi di genesi, definizione, risalita e valutazione delle cosiddette “non financial information”, al cui interno va a confluire la gran parte dei dati, degli indicatori e delle informazioni riferibili al “mondo ESG”. I processi che dal business, attraverso lo sviluppo degli obiettivi di sostenibilità, vanno a determinare i valori, siano essi previsionali che consuntivi, da rendicontare all’interno del Corporate Reporting aziendale devono essere sviluppati monitorati e gestiti con la stessa rigorosità, a livello di regole, procedure e controlli, con cui il CFO governa le classiche “financial information”». Su questo presupposto il percorso verso un unico “Integrated Reporting” aziendale, quindi, risulta essere certamente un investimento che assume sempre maggior validità. «Viviamo in un mondo in cui le tecnologie e i sistemi innovativi ad esse collegati – chiosa il manager – sono sempre più presenti e disponibili. Anche sul fronte della costruzione di processi di sviluppo, analisi, monitoraggio e valutazione delle metriche della sostenibilità è opportuno quindi, una volta sviluppata una chiara “agenda ESG” finalizzata a definire le esigenze interne all’azienda sul fronte dei relativi processi, effettuare un attento approfondimento di cosa offre il mercato tecnologico, per realizzare investimenti mirati che aiutino la accelerazione del necessario cambio culturale ormai in corso».
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PMI e credito: cosa è cambiato dopo due anni di pandemia?
Dopo un 2020 in cui le imprese italiane – specialmente quelle piccole – hanno chiesto finanziamenti principalmente per affrontare l’emergenza, pagare i dipendenti e i fornitori, nel corso del 2021 le aziende hanno cominciato a pensare al futuro e a richiedere finanziamenti con importi maggiori per tornare a investire sulla crescita della propria attività. Investimenti che potrebbero rendere le imprese più forti e più preparate ad affrontare le turbolenze economiche determinate dalla guerra in Ucraina. Questa è la fotografia che emerge nel quarto Osservatorio Piccole Imprese Italiane lanciato da Credimi, leader nell’Unione Europea nei finanziamenti digitali a PMI, e realizzato da Nextplora, agenzia di Insight Management, su un campione di 1.000 aziende con fatturato fino a 20 milioni, che abbiamo voluto analizzare meglio in vista della prossima edizione del CFO Summit, l'evento organizzato da Business International - Fiera Milano, all'interno di Business Leaders (la settimana di incontri dedicata ai C-Level del futuro), e previsto il 15 e 16 giugno 2022 a Milano negli spazi del Museo Diocesano.

 

2021: LE PMI FINANZIANO LA CRESCITA
Ciò che emerge con forza dalla quarta edizione dell’Osservatorio è che, rispetto all’anno 2020, che ha messo in grande difficoltà la maggior parte delle aziende medio-piccole, il 2021 è stato invece un anno di assestamento in cui le PMI hanno cercato di rimettersi in piedi e tornare solide. Lo dimostrano i numeri: l’anno scorso sono aumentati gli importi ipotizzati per il prossimo finanziamento: se nel 2020 solo il 7% delle imprese richiedeva cifre sopra ai 100.000 euro, nel 2021 ben il 39% delle imprese ha dichiarato che la prossima richiesta supererà quella soglia. Anche le motivazioni per richiedere un prestito cambiano radicalmente dal 2020 al 2021: diminuiscono quelle «emergenziali» e aumentano quelle «di prospettiva». Nel 2020 infatti il 42% delle imprese ha utilizzato i prestiti per coprire esigenze di liquidità e il 34% per pagare i fornitori. Invece nel 2021 alla domanda sulla destinazione del prossimo finanziamento, solo il 30% delle imprese ha dichiarato che lo userà per la liquidità e il 28% per pagare i fornitori. Tra le altre motivazioni che spingono le PMI a richiedere un finanziamento ci sono, appunto, quelle legate alla crescita, come: il rinnovo del magazzino (29%), l’implementazione dell’e-commerce (27%), nuove assunzioni (24%) e l’acquisto di macchinari e software (23%). Cambia anche ciò che gli imprenditori cercano in un finanziamento: resta invariata al primo posto l’importanza del tasso d’interesse (per il 64% delle imprese), al secondo posto, ma meno rilevante rispetto al 2020 la «velocità di erogazione» (dal 47% al 40%) e «l’ammontare dell’importo» (dal 42% al 35%), mentre aumentano l’importanza della «durata» del prestito (dal 33% al 38%) e della presenza di un consulente personale (dal 20% al 25%).

 

COME SI FINANZIANO LE PMI: GLI STRUMENTI PIU' USATI
Nel 2021 le imprese hanno fatto ricorso a varie forme di finanziamento: dal fido alle carte di credito – preferite principalmente dalle aziende più piccole - ai capitali propri - soluzione scelta da quelle più grandi. Infatti, per quanto riguarda le ditte individuali, il 45% di esse ha fatto ricorso allo strumento del fido e ben il 50% alle carte di credito. Le aziende più grandi invece, quelle con fatturato tra i 5 e i 20 milioni di euro, hanno in buona parte preferito utilizzare capitali propri: ha fatto questa scelta il 37% di queste imprese. Ci sono state anche delle PMI che non hanno avuto bisogno di alcun tipo di finanziamento nel corso dell’anno: ovvero le società di capitali (56%), quelle con fatturato sopra al milione (46%), ed anche alcune di quelle con fatturato più basso (nella fattispecie, il 29% di quelle nella fascia 50.000 euro – 1 milione di euro).

 

I SETTORI:CHI FA PIU' DOMANDE DI FINANZIAMENTO
I settori che hanno fatto maggior ricorso ai finanziamenti sono stati quello dell’industria – il 13% delle imprese di questo settore ha richiesto un prestito (ma nel 2020 era il 31%) – seguito dal commercio (9% vs ben 35% l’anno prima), servizi (8% vs 28%) ed edilizia (4% vs 30%). È interessante anche segnalare che nel 2021 ben il 58% delle imprese intervistate nel mondo dell’edilizia non ha mai richiesto un finanziamento.

 

FOCUS SULLE IMPRESE FEMMINILI
Dall’analisi emergono delle importanti differenze tra le imprese a conduzione femminile e le altre, sia a livello totale che nello specifico delle ditte individuali. Le imprese femminili si sono rivolte maggiormente al fido (51%) e alle carte di credito (57%) come forme di finanziamento rispetto alle imprese non femminili (rispettivamente 38% e 43%). Invece la quota di quelle che non hanno avuto bisogno di un prestito è del 26% per le ditte individuali non femminili, mentre scende al 10% per le femminili. Le tipologie di finanziamento predilette da queste PMI sono il mutuo (utilizzato dal 60% delle imprese femminili nell’ultimo anno) e finanziamento a lungo termine (52%). Queste aziende sembrano più orientate ad un’ottica di investimento: hanno usato il credito per creare o migliorare l’e-commerce (31% contro 22% delle imprese non femminili) e per assumere nuove risorse (26% vs 16%). Se si osservano i dati relativi alle intenzioni future di finanziamento, emerge chiaramente un bisogno “più urgente” da parte delle imprese femminili: il 10% pensa di richiederlo entro 3 mesi, il 33% entro 6 mesi e il 22% entro l’anno – mentre il 28% delle imprese non femminili lo richiederà più avanti nel tempo e il 39% dichiara di non averne bisogno. Spicca inoltre una forte attenzione alle risorse umane: infatti il 26% delle aziende femminili utilizzerà il prossimo finanziamento per formare e assumere dipendenti, contro un 18% delle altre PMI. Un altro dato interessante riguarda i canali che le imprenditrici pensano di utilizzare per informarsi su un finanziamento futuro: sono decisamente meno le ditte femminili (48%) che pensano di utilizzare il consulente in banca rispetto a quelle maschili (70%). La banca diventa, quindi, non più il canale principale d’informazione di questa categoria, ma resta alla pari della ricerca online (44%) e del consiglio del commercialista (41%). “La quarta edizione del nostro osservatorio ci racconta di un’Italia imprenditoriale che è stata piegata da due anni di pandemia, ma oggi solleva la testa e comincia a ipotizzare un futuro fatto di investimenti per ripartire e tornare a crescere, anche se in un contesto geopolitico e macroeconomico incerto come quello attuale – ha dichiarato Ignazio Rocco, Founder e CEO di Credimi. Sono infatti diminuite le motivazioni più strettamente emergenziali per richiedere un finanziamento e aumentate quelle che riflettono una prospettiva sul futuro. Credo che le imprenditrici e gli imprenditori italiani abbiano capito che per affrontare i momenti di crisi sia importante investire in tecnologia, risorse umane, magazzino per farsi trovare pronti quando si vivono periodi incerti come quello appena trascorso e, purtroppo, come quello attuale. Un cambio di passo importante che va sostenuto e continuamente promosso perché le PMI sono l’ossatura della nostra economia. Come durante il periodo del lockdown Credimi è stata al fianco delle imprese, aiutandole con lo strumento dei finanziamenti, allo stesso modo oggi lavoriamo per aiutarle a navigare, e a crescere, anche durante questo periodo complesso, attraverso l’ascolto continuo delle loro reali esigenze.” “Questa nuova edizione dell’osservatorio ci restituisce il quadro di un tessuto industriale delle PMI desideroso di ripartire e convinto che ci siano le condizioni per farlo – afferma Bruno Lagomarsino, Direttore di ricerca di Nextplora. – Il dato appare ancora più promettente tenendo conto che sono proprio le aziende di dimensioni minori, quelle individuali e con un fatturato inferiore al milione, a prevedere un maggiore ricorso al finanziamento. Si tratta pertanto della quota numericamente prevalente, spinta senza dubbio dalla necessità, ma, leggendo le motivazioni, anche dal desiderio di supportare interventi orientati alla crescita. Una fotografia di speranza che, ci auguriamo tutti, possa non essere del tutto vanificata dagli eventi geopolitici e macroeconomici che stiamo vivendo.

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