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L’Europa frena sul Green Deal, mentre dall’Italia arriva il grande insegnamento sostenibile delle Acciaierie Arvedi

di Matteo Castelnuovo | 08/07/2022

Il Green Deal è l’unica risposta al drammatico fenomeno del cambiamento climatico in atto”. E’ questo l’appello lanciato in questi giorni sui principali quotidiani italiani da parte del Cavalier Giovanni Arvedi, Presidente delle Acciaierie Arvedi, dopo il passo indietro fatto il 6 luglio dalla Commissione Europea nei confronti della Tassonomia per le attività sostenibili che ha incluso all’interno dell’elenco dei comparti considerati anche quello dell’energia nucleare e del gas. Una mossa, dettata da differenti motivazioni geopolitiche ed economiche, che allontana l'Europa, inevitabilmente però, dal suo obiettivo di carbon neutrality, la cui importanza invece è sempre più stringente tanto per le aziende, quanto per i cittadini. Un concetto, quest’ultimo, che abbiamo approfondito anche recentemente nel corso del Business Leaders Summit, in particolare all’interno di eventi come il CPO Summit, il CFO Summit e il Global Risk Forum (organizzati da Business International - Fiera Milano e tenutisi a Milano dal 13 al 17 giugno 2022) e che Arvedi ha ben chiaro non da oggi, ma dagli anni ‘90. “Il risultato conseguito, che fa di Acciaieria Arvedi l’unica acciaieria al mondo a emissioni zero di CO2 – ha dichiarato il Cavaliere in un’intervista rilasciata a La Provincia di Cremona –, è il frutto di scelte strategiche maturate trenta anni fa, quali ad esempio l’avere puntato – unica acciaieria europea – sulla produzione di laminati piani da ciclo basato sul forno elettrico. Scelte allora dai più ritenute penalizzanti in termini di costi di trasformazione ma che ho assunto con la convinzione che sarebbero state le sole a garantire, in prospettiva, competitività e la continuità aziendale”. Un esempio, di grande coerenza, visione e sostenibilità da seguire e soprattutto ascoltare anche per comprendere quali sono le opportunità offerte e le sfide proposte da questa transizione a cui ormai non ci si può più sottrarre.

LO STATO DELL’ARTE DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Nel recente white paper proposto da Intesa Sanpaolo e Prometeia dal titolo “Le energie rinnovabili: sfide e opportunità per il manifatturiero italiano”, infatti, risulta chiaramente come l’analisi geopolitica, di scenario economico e previsionale nell’approvvigionamento e nella fornitura di nuove risorse energetiche, individui nel conflitto tra Russia e Ucraina, ancora in corso, l’artefice principale della sensibilizzazione sul tema della transizione energetica, necessaria non solo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, obiettivo chiave dei protocolli europei e mondiali di salvaguardia dell’ambiente, ma anche e soprattutto per aumentare la sicurezza energetica dell’Europa e calmierare la volatilità dei prezzi, divenuta ormai un fattore di rischio per famiglie e imprese. Il Green New Deal europeo, approvato nel luglio del 2020, infatti, poneva l’obiettivo della carbon neutrality nel 2050, puntando, attraverso l’accelerazione delle politiche comunitarie e nazionali, a un generale abbattimento delle emissioni climalteranti. In particolare, il pacchetto climatico Fit for 55 recentemente adottato dalla Commissione Europea impone un target intermedio sfidante per il 2030: una riduzione del 55% di GHG (Green House Gas) emessi in atmosfera (rispetto ai livelli del 1990), da raggiungersi attraverso una ristrutturazione di tutti i settori economici, a iniziare da quello energetico, che sfrutta ancora ampiamente combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale), e in questo senso, in modo particolare, la Tassonomia indica che un’attività può essere considerata sostenibile se risponde almeno ad uno dei sei obiettivi ambientali: mitigazione del cambiamento climatico; adattamento al cambiamento climatico; protezione risorse idriche; transizione verso economia circolare; riduzione dell’inquinamento; protezione delle diversità. Per non parlare poi di come l’utilizzo dei fondi Next Generation EU sia fortemente condizionato all’impegno degli Stati membri nella transizione green, sia in forma diretta (almeno il 37% delle risorse deve essere destinato alla decarbonizzazione) sia indiretta (nessuno degli interventi previsti nei piani di ripresa nazionali può arrecare danni significativi all’ambiente).

E’ facile dunque capire come la scelta del Europarlamento dello scorso 6 luglio rappresenti concretamente uno stop in questo senso e ponga numerosi dubbi sulle reali possibilità di superare gli ostacoli proposti dagli interessi lobbystici e anche puramente nazionalistici di Paese come Francia e Germania che su questi settori energetici hanno investito molto negli anni sia sotto un profilo economico, sia sotto un profilo politico.

Di fatto, però, le fonti di energia rinnovabile (FER) oggi rappresentano una delle principali alternative ai combustibili fossili. A tal punto che secondo l’International Renewable Agency, IRENA, oltre il 90% delle soluzioni per la decarbonizzazione del pianeta sono legate, direttamente o indirettamente, all’utilizzo di FER, diventando così la risposta più decisa al raggiungimento di questi obiettivi. Ciò è particolarmente vero nel contesto attuale, dove la guerra, scatenata da uno dei più importanti produttori mondiali di materie prime e commodity energetiche, impone un’accelerazione nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento, al fine di rendere l’Unione Europea più indipendente dal punto di vista energetico. Questo, però, impone anche alla UE di prendere una posizione forte, sottolineando la sua debolezza e fragilità sotto il profilo energetico. Una scelta che evidentemente la Comunità Europea non è ancora pronta a prendere unitamente, anche se il ricorso di Austria e Lussemburgo, basato anche proprio sui commenti pervenuti precedentemente al voto da parte degli esperti coinvolti proprio dalla Commissione Europea nell’ambito delle valutazioni sulla possibile inclusione del comparto energetico nucleare e del gas naturale all’interno della tassonomia delle attività sostenibili che possono accedere a investimenti pubblici, potrebbe cambiare le carte in tavola.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

Guardando però all’esempio di una società come quella delle Acciaierie Arvedi, nate a Cremona nel 1963 e da sempre all’avanguardia su questi temi, possiamo dire che l’Italia si pone rispetto questi argomenti in maniera diversa rispetto agli altri player europei. Basti pensare anche solo alle strategie proposte attualmente dal governo Draghi, che viaggiano su due binari paralleli, guardando, da una parte, al breve periodo, con la creazione di possibili partnership per l’espansione dell’approvvigionamento energetico e l’investimento in tecnologie, come la recente acquisizione da parte di Snam di un rigassificatore che dovrebbe aiutare alla copertura di parte del fabbisogno nazionale, e, dall’altra, al lungo periodo, con la predisposizione di fondi del PNRR proprio per il sostegno all’adozione di energie rinnovabili e alla decarbonizzazione. Anche perché, come ha sottolineato il Ministro Giovannini in una recente intervista a Sky TG24: “Il Green Deal per l’Europa non è solo una questione ambientale, ma, vista in una prospettiva di lungo periodo, diventa anche una questione di business che potrebbe permettere al vecchio continente di poter vendere un domani la propria tecnologia e le proprie soluzioni per la sostenibilità anche al resto del mondo”. Un principio già ben radicato nel mercato economico italiano che vede nella bioeconomia uno dei suoi segmenti industriali in maggior sviluppo, rendendo il nostro Paese un’eccellenza in questo settore a livello europeo. Secondo i dati del il rapporto “La Bioeconomia in Europa”, giunto alla sua ottava edizione e redatto dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING e Assobiotec-Federchimica, infatti, se l’Italia risulta essere al terzo posto nel continente europeo per fatturato, con 364 miliardi di euro (26 miliardi in più rispetto al 2019), e al secondo posto come numero di dipendenti coinvolti nel settore, con oltre 2 milioni di professionisti, comparando il numero di attività operanti in questo comparto rispetto al totale nazionale, scopriamo che il nostro Paese è praticamente prima a parimerito con la Spagna, mentre guardando all’impatto occupazionale del segmento rispetto al mercato del lavoro del Bel Paese, la nostra Penisola risulta essere saldamente al primo posto a livello Europeo, con un impatto del 8.2%. Dati questi che fanno ben sperare e sottolineano come l’impatto dell’economia circolare stia assumendo un valore, anche economico, sempre più rilevante per il nostro territorio che non dovrà farsi sfuggire questa opportunità per guardare alla crescita e una ripartenza economica sempre più necessaria.