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Marketing & Innovation

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Wi-fi libero, facciamo un punto

Ecco cosa sta succedendo alla discussa norma del decreto Fare sulle connessioni senza fili

Che l'esecutivo di Enrico Letta sia partito con il piede sbagliato sul tema del wi-fi è stato chiaro fin dalle prime ore di vita del decreto Fare. Il testo che propone " l'accesso a Internet al pubblico" libero e privo di " identificazioni personali" è finito nel mirino delle associazioni di categoria, di singoli deputati, del Garante della Privacy e del ministero dello Sviluppo economico. Adesso la palla è nelle mani delle commissioni permanenti (Affari costituzionali e Bilancio e tesoro) e presumibilmente la prossima settimana comincerà la discussione degli emendamenti che sono stati messi sul tavolo. Visto il coro di voci unanime è molto probabile che la norma venga ritoccata.

Bisognerà capire in quale direzione: come spiega a Wired.it l'avvocato Fulvio Sarzana, "hanno provato a muoversi verso una libertà totale che dal punto di vista del business non è negativa. In chiave realistica ci sono però problemi oggettivi legati all'identificazione di chi compie illeciti e alla protezione dei dati di chi naviga". Sarzana, facendo riferimento alla questione dell' identificazione, racconta di essersi occupato nel 2012 di tre casi in cui si è tentato di risalire attraverso le connessioni senza fili ai responsabili dei misfatti. "Se il testo dovesse passare in questo modo, chiunque sarebbe libero di recarsi in un bar e collegarsi a un portale con contenuti pedopornografici senza essere rintracciato", spiega. Questo perché nel testo l'unico obbligo imposto al gestore della rete è di tracciare il "collegamento (Mac address)".

Il deputato di Scelta Civica e pionieri dell'Internet nostrana Stefano Quintarelli, che propone con il suo emendamento (si può scaricare da qui) la cancellazione di parte della norma, pone l'accento sulla scarsa sicurezza offerta dal Mac address e sul suo blog fa riferimento a tecniche di manipolazione che sono più rapide da realizzare di un cambiamento della cravatta. Anche Antonio Palmieri del Pdl ha presentato un emendamento in questa direzione ed è pronto a sottoscrivere quello di Quintarelli. Il ministero dello Sviluppo, secondo le indiscrezioni raccolte da Pmi.it, è intervenuto con la consapevolezza che ci siano aspetti da chiarire e riconoscendo che il comma 1 e 2, quelli che fanno riferimento a identificazione e Mac address, sono da rivedere sia in un'ottica di più corretta distinzione fra chi fornisce connessione come attività principale - gli operatori di telefonia mobile, ad esempio - e chi la mette a disposizione come servizio accessorio - bar, ristoranti e pizzerie - sia ai fini della sicurezza. Il Garante della privacy, che si sofferma anche su altri aspetti del decreto Fare, punta il dito contro il Mac address ritenendolo un " obbligo di monitoraggio e registrazione" al pari di quello stabilito dal decreto Pisanu. In quel caso, a dire il vero, il vincolo più stringente era quello della presentazione della carta di identità, superato successivamente dall'identificazione attraverso la Sim telefonica. L'authority fa inoltre notare che, a differenza di quanto recita il testo, l'indirizzo fisico del terminale è da considerarsi un dato personale ai sensi della Direttiva europea sulla riservatezza e del Codice della privacy.

Gli operatori del settore manifestano intanto frustrazione per non essere stati chiamati in causa: "Nessuna società che fornisce wi-fi è stata coinvolta", spiega Giovanni Guerri, Ceo di Guglielmo, realtà che gestisce una rete con più di 2 milioni di utenti registrati. Affidarsi a chi quotidianamente si misura con queste problematiche sarebbe il modo più rapido per proporre soluzioni che siano davvero applicabili.

Fonte: Wired.it

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Google Maps, un aggiornamento introdurrà le mappe offline (era ora)

L'ultimo aggiornamento di Google Maps rende finalmente disponibili le mappe offline

Google MapsGoogle Maps è sicuramente uno dei servizi più utili non soltanto nella sua versione desktop, ma anche - e soprattutto - in quella mobile: integrato perfettamente con i dispositivi, permette di trovare posti, calcolare distanze (e, perché no, anche farsi quattro risate con indicazioni stradali tra il folle e il grottesco). Finora mancava la funzione che permettesse di sfruttare il servizio anche offline, e cioè di visualizzare le mappe senza la connessione a internet: ecco perché la promessa di un aggiornamento che di fatto le rende disponibili non poteva che essere accolta positivamente dai fan:

“Siamo molto felici - ha dichiarato Google - che la maggior parte di voi abbiano apprezzato la nuova interfaccia e le funzionalità di Google Maps per Android, ma sappiamo anche che alcuni di voi sono tutt’altro che contenti di non aver a disposizione un pulsante per il salvataggio delle mappe offline. I nostri ingegneri stanno lavorando duramente per aggiungere il pulsante ‘Make this map area available offline’ a fianco del campo di ricerca, in modo che sarà ancora più semplice salvare le mappe”.

L’update dovrebbe essere quasi pronto, perciò, entro la fine di questa settimana, preparatevi a utilizzare Maps anche senza connessione: un bell’aggiornamento, non trovate?

Fonte: DownloadBlog.it

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Instagram aggiunge il Codice Embed per Foto e Video

Una manciata di giorni fa abbiamo parlato di una grande mancanza di Instagram: l’impossibilità di incorporare foto e video su altri siti. Come saprete, infatti, il portale non permetteva agli utenti di recuperare il codice embed. A tal proposito vi abbiamo consigliato un’utile applicazione web, Embed Instagram, che risolveva il problema in pochi click. Lo strumento consigliato è divenuto ormai inutile, Instagram ha finalmente aggiunto la possibilità di recuperare il tanto desiderato codice.

Raggiungiamo un Profilo Web della community e clicchiamo sulla foto/video che vogliamo incorporare altrove. Nella solita schermata che mostra il contenuto sarà presente anche un nuovo tasto (posto sotto il cuore e l’icona dei commenti). Cliccando su questa piccola freccia, si aprirà una finestra che includerà il codice Embed dell’elemento. Basterà cliccare il bottone verde “Copy Embed Code” per copiare automaticamente il contenuto.

Tramite questo codice, dunque, potrete portare in giro per il web sia le immagine sia i filmati di Instagram.

L’azienda, dunque, ha soddisfatto la richiesta degli utenti proprio nel periodo in cui lo strumento gratuito per generare embed stava prendendo piede. Sarà solo un banale caso oppure questa risorsa ha fatto svegliare il noto Instagram?

Non abbiamo una precisa risposta e probabilmente non ci interessa nemmeno averla, l’importante è l’aggiunta della nuova funzione che ci consente in un paio di click di ottenere il codice.

Per tutelare la privacy evidenziamo che il codice Embed sarà disponibile solo ed unicamente per i contenuti pubblici. Se una foto o un video risultano privati non potranno essere portati in giro per il web.

Fonte: www.geekissimo.com

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Visiwa, il marketplace delle infografiche italiane

Chiunque può pubblicare la propria infografica e venderla tramite il sito, che da oggi mette in contatto le aziende italiane con oltre 300 designer

È on line da oggi Visiwa.net, prodotto editoriale ideato da Paolo Conti, Ceo di Loft Media Publishing, che ha l’obiettivo di diffondere anche in Italia l’uso delle infografiche. Conti definisce Visiwa un “ social media” anche se in realtà si tratta di un aggregatore, o meglio di un marketplace per designer e aziende. Da una parte infatti i creativi possono utilizzare la piattaforma per diffondere le proprie creazioni, mentre dall’altra le aziende hanno la possibilità di trovare persone competenti per realizzare infografiche capaci di generare traffico per il proprio sito, o acquistare direttamente traffico. “L’abbiamo chiamato social media perché è un media sociale nell’ambito del crowd journalism” racconta Conti.

Attraverso Visiwa infatti chiunque può pubblicare contenuti che prima di essere diffusi verranno verificati dallo staff redazionale. “ Recentemente è stato stimato che l’80 per cento delle infografiche in circolazione contengono dati faziosi e poco legati alla realtà, per questo abbiamo deciso di verificare tutto quanto pubblicheremo” ci ha spiegato Conti. A differenza di Visually, principale competitor e leader a livello internazionale nel settore, Visiwa ha sviluppato uno strumento in grado di bloccare il download dell’infografica, per cui chi la vuole inserire in qualunque contesto si trova vincolato a fare l’ embed direttamente dal sito, che fornisce l’immagine tramite i propri server. Visiwa, ancora prima di lanciare, ha già coinvolto 300 designer e 28 ricercatori, con tre aziende che hanno già commissionato lavori. Per approfondire il progetto abbiamo raggiunto Conti.

Cosa vuol dire Visiwa e cosa fate esattamente?

“È il nome di un’isola tropicale che ci piaceva. Ricorda bene l’aspetto visivo ed è abbastanza startupparo. Il nostro obiettivo è cavalcare l’onda del mercato delle infografiche che anche da noi sta crescendo, ma non ha ancora completamente sfondato per la mancanza di prodotti localizzati. Aziende, istituzioni e giornali italiani hanno infatti bisogno di infografiche in italiano e fatte da italiani perché solo la gente del posto può sapere qual è l’immagine o la parola adatta per riassumere tante cose in poco spazio. Le infografiche stanno esplodendo anche in Italia perché le aziende stanno scoprendo che sono l’esatto opposto della pubblicità e che legare brand a contenuti è una strada estremamente efficace per promuovere il proprio prodotto. Ogni nostra infografica contiene un link al creatore e all’azienda che l’ha commissionata, laddove questa sia stata appunto commissionata”.

Vuoi dire che chiunque può caricare la propria infografica?

“Non proprio: chiunque può candidarsi per diventare un nostro designer e pubblicare liberamente le proprie infografiche. Vogliamo fare una selezione all’ingresso per essere sicuri di diffondere solo materiale di qualità. Se un’infografica genera traffico, un’azienda può scegliere di comprare quel traffico e aggiungere il proprio link al prodotto. Quando vendiamo il traffico generato dividiamo il ricavo al 50 per cento con il designer. In autunno poi vogliamo anche realizzare vere e proprie inchieste che saranno pubblicate come infografiche”.

Puntate solo al mercato italiano?

“Inizialmente sì. Attualmente il leader del settore è Visually e per quanto riguarda l’inglese è irraggiungibile. Noi vogliamo diventare leader in Italia in quattro mesi. Poi apriremo in Brasile e Russia, mercati molto grandi dove Visually è assente, e punteremo sempre sulla localizzazione. Quando avremo una massa critica sufficiente proveremo ad affrontare il mercato inglese. Siamo convinti che la differenza la faccia la localizzazione e che saremo pronti in un paio di anni. È estremamente difficile stimare quanto valga il mercato delle infografiche, ma più in generale puntiamo al settore della pubblicità on line perché è qui che le infografiche si sovrappongo e sovvertono in maniera radicale il rapporto fra chi produce qualcosa e chi lo dovrebbe comprare”.

State cercando un investimento?

“No, abbiamo investito circa 30mila euro di tasca nostra e per ora non abbiamo bisogno di altri finanziamenti”.

Fonte: Wired.it

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Executive Summary CEO Summit 2013

Nella cornice dell’Hotel Principe di Savoia di Milano si è svolta la prima edizione del CEO Summit, organizzato da Business International, divisione di Fiera Milano Media. Una giornata in cui una parola è stata più ricorrente di altre: “sfida”. In un contesto economico globale iper-competitivo ed estremamente mutevole, le aziende e i loro leader devono saper individuare strategie e modelli di business capaci di sfidare la crisi e plasmare il futuro. CEO Summit ha messo insieme le teste pensanti e le storie virtuose di alcune delle più importanti eccellenze aziendali italiane e internazionali, con l’obiettivo di ispirare idee, domande e, soprattutto, risposte efficaci. Organizzazione aziendale e internazionalizzazione, leadership e innovazione: ecco i temi della giornata, toccati nell’introduzione di Vincenzo Perrone, Docente di Organizzazione Aziendale e Prorettore alla Ricerca all’Università Bocconi. Come può il CEO favorire la crescita e la competitività dell’impresa? Anzitutto, risponde Perrone, non restando con le mani in mano: “Il mondo, gli imprenditori, le imprese si dividono in due: quelli molto impegnati a guardarsi l’ombelico e quelli che puntano a diventare l’ombelico del mondo”. I Paesi emergenti decollano, la classe media nel mondo cresce, e in Italia stiamo immobili perché non riusciamo a vedere oltre la crisi. Ecco dunque i consigli del Docente: 1) se non avete un vantaggio competitivo, smettete di competere; bisogna essere unici, migliori, redditizi 2) siate resilienti, ossia capaci di deformarsi e tornare come prima; passate attraverso la crisi e uscite più forti, migliori, con le idee più chiare.

A seguire, la Tavola Rotonda sui business models di successo, che ha coinvolto Francesco Casoli (presidente di Elica), Tommaso Galbersanini (CEO Il Filo dei Sogni), Luca Majocchi (CEO Emilceramica), Alessandro Cremonesi (CEO Jil Sander), Marina Salamon (CEO Altana). Esempi d’eccellenza e creatività italiana, che hanno dispensato i loro “ingredienti segreti” anti-crisi: amore per il consumatore, innovazione continua, scelta di un segmento di lusso, costruzione di un ecosistema aziendale creativo. Per tutti, due costanti: una grande passione, e l’internazionalizzazione di un business che non può più limitarsi al solo mercato italiano.

Proprio quest’ultimo tema è stato il punto focale della successiva Tavola Rotonda, introdotta e moderata da Carlo Alberto Carnevale Maffè, Docente di Strategia e Politica Aziendale in Bocconi. La competizione globale ha accresciuto la complessità del ruolo del CEO, il quale – secondo Maffè – non avendo più le core competences sotto controllo, deve farsi portatore di edge competences: diventare “scultore” di strategie, “filosofo” del valore sospeso tra transazioni economiche e relazioni, “banchiere” dell’integrità aziendale. Per guidare l’azienda nell’oscurità di questo momento economico la stella polare resta sempre l’innovazione. Alcune corporation ne hanno fatto una bandiera, come Microsoft, presente alla tavola rotonda con Silvia Cambiani (Chief Operation Officer), e Google, di cui è intervenuto l’Amministratore Delegato Italia Fabio Vaccarono. Un’innovazione declinata in forma digitale quindi, ma anche dal punto di vista organizzativo: hanno partecipato infatti Renato Capanna, Consulting Director MEGA, e Enrico Pazzali, Amministratore Delegato Fiera Milano. Innovare è un imperativo, ribadito da Roger Abravanel nel suo intervento: “Italia, o cresci o esci!”. Il CEO deve rendere l’azienda un incubatore di talenti: solo così riusciremo a cogliere le “eccezionali opportunità che il Paese avrà nei prossimi 4-5 anni”.

I grandi leader sanno prendere grandi decisioni. Come l’acquisizione di Avio da parte di General Electric, raccontata dal Country CEO Sandro De Poli, o anche solo il saper accettare i fallimenti e incentivare l’autonomia del personale – temi degli aneddoti del Country Manager Facebook Luca Colombo. “Cos’è la leadership?”, chiede il moderatore Arturo Artom nella Tavola Rotonda finale. “Leadership è capacità di interpretare il nuovo senza perdere il nocciolo duro della propria identità aziendale”, risponde Umberto Bussolati Dell’Orto, Senior Partner Spencer Stuart. Per Marcello Veneziani, editorialista de Il Giornale, alle aziende italiane serve una leadership distintiva, capace di andare controtendenza: puntare sulle nostre peculiarità, miscelando il patrimonio del Brand Italia con la capacità di innovarlo. Una sfida irrimandabile che – non essendo stata accolta dalla politica – è già entrata nell’agenda di manager e imprenditori.

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CEO Summit 2013: La sfida dell’internazionalizzazione come risposta alla crisi

“Italia, cresci o esci!”, è il monito del guru del merito Roger Abravanel, ospite del CEO Summit 2013 organizzato da Business International, divisione di Fiera Milano Media. “Ogni anno un terzo degli italiani meglio formati escono dall’Italia, e il nostro Paese si posiziona dopo il Gabon nella classifica della giustizia civile. Va ripensato totalmente il mercato del lavoro, la scuola e la formazione”. Nonostante i deficit cronici della Penisola, Abravanel ritiene che “l’Italia avrà delle opportunità eccezionali nei prossimi 4 o 5 anni”.

Opportunità che, con un mercato interno asfittico, proverranno quasi esclusivamente da mercati stranieri  – in particolare quelli emergenti delle nuove classi medie in Asia, America del Sud e Africa, ricordati da Vincenzo Perrone, Docente di Organizzazione Aziendale e Prorettore alla Ricerca all’Università Bocconi. Se la competizione è sempre più globalizzata, anche per piccole e medie aziende, la risposta a livello di business è una: internazionalizzarsi. Fabio Vaccaro, CEO Italia Google, è uno dei tanti che, nella giornata di dibattiti all’Hotel Principe di Savoia, hanno sottolineato come il Web consenta anche a micro-realtà locali di affacciarsi facilmente al mercato globale: “le piccole e medie aziende quando sposano internet hanno vantaggi documentati. Internet ti permette di abbattere i costi, di avere visibilità e di contattare i consumatori nel mondo.

Al Web nei prossimi anni si aggiungeranno cinque miliardi di persone: il digitale può potenzialmente fa uscire le aziende italiane dalla crisi”. Certo, essere online non basta per competere su scala globale: il fallimento è sempre dietro l’angolo – come quello celebre di Nokia, ricordato nel suo intervento al Summit da Arturo Artom, fondatore del Forum della Meritocrazia e animatore della rete di imprenditori Confapri: “una grande multinazionale perde 6 mesi di tempo, e finisce per dover fare una rincorsa che non finisce mai”. Sempre Artom ha messo l’accento sugli esempi virtuosi di chi, mettendosi in gioco fuori dall’Italia, ce l’ha fatta: come Cavanna, industria della Valsesia “divenuta leader internazionale nel settore dei sistemi di confezionamento, con impianti in 5 continenti”.

Di esempi simili, alla prima edizione del CEO Summit, ne abbiamo ascoltati diversi: il primo è quello raccontato in prima persona da Tommaso Galbersanini, Amministratore Delegato appena trentenne di Il Filo dei Sogni una piccola realtà tessile e manifatturiera che negli ultimi anni ha letteralmente spiccato il volo. Il Filo dei Sogni non crea semplici lenzuola e asciugamani: puntando su un target di nicchia e su una continua innovazione produttiva è arrivata a inventare tessuti in fibra di legno e fibra di latte – utilizzati soprattutto per gli interni di Jet e Yacht di superlusso – e persino a “tessere” la fibra ottica.

Proprio quest’ultima invenzione, il tessuto Luminex®, ha permesso a Galbersanini di farsi un nome a livello internazionale: “l’architetto di Abramovich ha visto il tessuto in fibra ottica in fiera a Dubai, e ci ha voluto per l’arredamento dello Yacht del miliardario russo”. L’innovazione non è solo nel campo del design, ma si sta avvicinando sempre di più a nuove tecnologie e domotica: “con l’I-Pad puoi cambiare il colore dello specchio o del cuscino”, ha spiegato il CEO. Il quale deve all’internazionalizzazione il successo della sua impresa: “In Italia siamo sottocapitalizzati, all’estero tutti si chiedono perché non ho ancora trovato un investitore”.
 

Simile è la storia di Luca Majocchi, Amministratore Delegato di Emilceramica: “qualche anno fa l’azienda era quasi da portare in tribunale, ora facciamo la migliore annata di sempre. Nel 2011 ci siamo spostati verso il lusso, ripensando la strategia. Abbiamo aumentato i prezzi mediamente del 25%, creando prodotti molto belli, e oggi facciamo l’87% del fatturato all’estero, e siamo in crescita. Come fai a portare a casa soldi dalle piastrelle in Italia? Soltanto col lusso, puntando ai mercati stranieri”.
 

Accettare la sfida della competizione globale e vincerla, senza subirla: questa è la morale anche dell’esperienza di Enrico Pazzali come Amministratore Delegato di Fiera Milano. Come nei due esempi precedenti, internazionalizzazione fa rima con innovazione – in questo caso organizzativa: “abbiamo ridotto le società Fiera Milano da 16 a 3 e ridotto il numero di dipendenti di 350 unità, cambiando e riducendo la classe dirigente e, soprattutto, iniziando un percorso di internazionalizzazione” – ha raccontato Pazzali alla platea del CEO Summit. “Non dobbiamo portare gente qua in Italia, dobbiamo portare fiera nel mondo”, è il mantra che ha guidato l’attività del manager; il quale ha ripercorso le tappe di un cambiamento difficile ma, alla lunga, vincente: “negli anni ci siamo fatti accecare da un mercato importante come quello italiano, siamo diventati la prima fiera del mondo, e poi ci siamo un po’ addormentati mentre i tedeschi innovavano.

Nel 2009 abbiamo mandato tre ragazzi in giro nel mondo a fare dossier e siamo passati da 0 a 80 fiere nel mondo. L’Italia non cresce, l’Europa non cresce, dobbiamo guardare altrove. I tedeschi erano gli unici organizzatori che portavano le imprese a Shangai. A Shangai noi abbiamo trovato il Console del nostro Paese e le rappresentanze italiane sinergici al nostro lavoro, e siamo riusciti a scalzare i tedeschi. Poi tornando in Italia, tutto è diverso. E’ più facile fare sistema all’estero, c’è meno burocrazia, e se ci concentriamo sulle nostre competenze almeno lì ce la facciamo”.
 

A volte l’internazionalizzazione può essere aiutata da una multinazionale: è il caso di General Electric, ricordato dal CEO Italia Sandro De Poli. “L’ingresso nel mercato italiano ci ha permesso di valorizzare le competenze nel territorio. General Electric dà lavoro a molte persone in Italia, e ha scoperto un indotto di grandissimo talento. Tante aziende nel territorio nazionale stanno producendo per noi e noi le stiamo aiutando a internazionalizzarsi”. Le prospettive per chi si spinge oltreconfine, secondo De Poli, sono buone: “in questi anni di profonda crisi, i numeri dell’export della piccola-media impresa italiana sono sempre cresciuti. Dimostrazione di lungimiranza, di voglia di fare, di competenza”.
 

Il successo delle aziende italiane nell’arena della competizione globale è dovuto in parte al capitale simbolico veicolato dal “Brand Italia” – il quale dipende anche e soprattutto dall’immagine che si portano a casa i turisti stranieri nel nostro Paese. Elena David, Amministratore Delegato Una Hotels & Resorts e Presidente AICEO, nel suo intervento ha voluto mettere l’accento proprio su questo punto: “io penso che il turismo abbia la stessa mission di Google; sia cioè un volano che dovrebbe consentire l’espressione dell’italia eccellente, del lifestyle italiano”.

Non sempre, però, è così: per quale motivo? Arturo Artom l’ha chiesto alla platea durante la tavola rotonda “La leadership oltre la crisi”: “perché non decolliamo? Perché gli inglesi fanno i musei con gli scarti di Pompei e incassano più di Pompei?”.

La risposta di Marcello Veneziani, editorialista de Il Giornale, è stata senza appello: “quando ho proposto una mostra simile a quella organizzata dal British Museum al Comune di Roma non si è fatto niente, per paura di puntare sulle nostre irripetibili specificità”. Invece, per Veneziani, è proprio il patrimonio storico, culturale, tradizionale italiano il nostro asso nella manica per vincere la sfida della competizione globale sui mercati esteri: “nell’epoca della globalizzazione, anche le piccole conoscenze e tradizioni possono essere la motivazione in più per una ripresa che sembra impossibile. Abbiamo un patrimonio: mettiamolo a frutto!”.  

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