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Finance & Administration

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Pagamento Debito PA: il CdM approva il decreto sui pagamenti

Il Consiglio dei Ministri nella riunione di sabato 7 aprile ha approvato il testo del decreto decreto legge per sbloccare da subito i pagamenti di debiti commerciali delle PA verso imprese, cooperative e professionisti per un importo di 40 miliardi, che verranno erogati nell'arco dei prossimi dodici mesi.
   
Secondo quanto reso noto dalla nota del CdM il decreto legge, coerentemente con le linee-guida dell'Unione Europea in materia, prevede le seguenti misure:

  • immediato allentamento del Patto di stabilità interno;
  • creazione di un Fondo destinato al pagamento dei debiti di Regioni, Province e Comuni;
  • incremento delle erogazioni per rimborsi di imposta per 6,5 miliardi (2,5 miliardi nel 2013 e 4 miliardi nel 2014).

I Comuni e le Province, entro il prossimo 30 aprile, faranno richiesta di autorizzazione al Mef per i pagamenti da effettuare. Tali pagamenti saranno autorizzati entro il 15 maggio e finanziati con le disponibilità liquide degli enti. Entro il 15 giugno le Amministrazioni dovranno comunicare importi e tempistiche alle imprese beneficiarie dei pagamenti. Sin da subito, in attesa della citata autorizzazione, i Comuni e le Province possono, comunque, iniziare a pagare i propri debiti nel limite del 50% dei pagamenti programmati.

Comuni, Province, Regioni e ASL, se non hanno disponibilità liquide, possono ottenere finanziamenti a valere sul Fondo. A tal fine, entro il prossimo 30 aprile faranno richiesta al Mef delle risorse necessarie per i pagamenti e dovranno ricevere entro il 15 maggio le relative ripartizioni, a valere sul Fondo.

Entro il 31 maggio 2013 le P.A. debitrici dovranno comunicare alle imprese creditrici il piano dei pagamenti.

Il Decreto Legge dovebbe essere pubblicato già oggi in Gazzetta Ufficiale per porte consentire da subito i pagamenti da parte delle P.A. con disponibilità di bilancio.

A cura di Stefano Feltrin

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Che cosa sono gli High yeld

High yield significa, letteralmente, alto rendimento. E chi se ne intende sa bene che, in gergo finanziario, “alto rendimento” è quasi sempre sinonimo di rischio elevato. Questo è vero anche quando si parla di obbligazioni, che sono forse meno soggette alla volatilità dei mercati azionari ma presentano un rischio aggiuntivo: quello di fallimento dell’emittente. I bond high yield rientrano nella fascia meno sicura, ma più redditizia, del comparto obbligazionario. Si tratta di titoli di debito classificati dalle agenzie di rating internazionali con giudizi di “BB” o inferiori. Man mano che si scende lungo la scala dei rating, maggiore è il rischio di insolvenza dell’emittente e, di norma, più elevato è il rendimento offerto.

Ultimamente, l’interesse degli investitori per questa asset class si è fatto più marcato, tanto da determinare un vero e proprio boom negli Stati Uniti, dove le emissioni hanno sfiorato i 350 miliardi di dollari nel 2012 e sono già a 90 miliardi nel primo trimestre del 2013. Il rendimento medio atteso per i bond high yield statunitensi si attesta intorno al 7% circa (era il 13% nel 2012), mentre il tasso di default (ovvero, di fallimento e di insolvenza) atteso delle società emittenti, nelle stime degli analisti, è pari a circa il 3,5%.

È facile riconoscere nella prospettiva di un rendimento elevato la ragione del fascino rischioso degli high yield. Ma cosa giustifica il boom degli ultimi mesi? Sostanzialmente, l’assenza di alternative valide per ottenere rendimenti reali attraenti. In uno scenario di inflazione elevata, yield bassi e ampia volatilità dei mercati, gli investitori si spostano verso le asset class più rischiose pur di non vedere i propri risparmi perdere potere d’acquisto reale o languire in banca con rendimenti vicini allo zero.

È evidente, però, che per investire con successo in bond high yield bisogna seguire alcuni principi di buon senso. Il primo fra tutti consiste nel diversificare il più possibile il portafoglio. Per fare un esempio basato sulle stime degli analisti, su un investimento da 100mila euro suddiviso equamente in 100 di bond high yield americani, il rendimento atteso sarebbe di 7mila euro, mentre le perdite prospettiche in caso di fallimento del 3,5% delle aziende ammontano a 3.500 euro. Il risultato è comunque un guadagno positivo, ma la condizione preliminare è un’estrema differenziazione del portafoglio. Ben diverso sarebbe stato il risultato se si fossero investiti 10mila euro in un unico bond high yield di una società destinata al default, con il rischio di una perdita totale del capitale.

In secondo luogo, per minimizzare le perdite è bene selezionare i singoli bond high-yield andando a studiare i fondamentali delle società emittenti, così da individuare quelle a minor rischio di insolvenza. Se il compito dovesse risultare troppo gravoso, meglio rivolgersi ai gestori di fondi specializzati che – si spera – dovrebbero selezionare i titoli proprio per ottenere risultati migliori rispetto alla media dei mercati.

Fonte: Wired - Articolo di Andrea Curiat

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Debiti PA, slitta il decreto sui rimborsi alle imprese

Slitta il decreto per il pagamento dei debiti della PA alle imprese: il CdM convocato per il 3 aprile è stato rimandato più volte nel corso della giornata fino ad essere spostato a prossimi giorni (probabilmente lunedì 8 aprile).

I ministri dell’Economia Vittorio Grilli e dello Sviluppo Economico Corrado Passera hanno richiesto ulteriori approfondimenti prima di definire il testo del decreto sui pagamenti dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione.

Il punto debole è l’aggiornamento del DEF, il Documento di programmazione Economica e Finanziaria: la restituzione di 40 miliardi fra il 2013 e il 2014 deve essere portata a termine senza peggiorare troppo i conti pubblici.

L’impatto stimato dal Governo è pari a uno 0,5% di deficit/PIL, che per il 2013 significa sfiorare quel 3% che, pur con le flessibilità che l’Unione Europea ha concesso all’Italia per sbloccare i pagamenti, resta un limite invalicabile. Anche perché ci sono ulteriori richieste delle imprese da valutare, come il blocco dell’aumento IVA al 22% previsto per luglio e il rinvio della TARES al 2014, che assieme costerebbero almeno altri 7-7,5 miliardi.

Lo rende noto un comunicato del portavoce di Rehn, Olivier Bailly.

Ad ogni modo Monti avrebbe già inviato a Bruxelles la necessaria documentazione per rassicurare la UE sull’impegno del’Italia nel rispettare il vincolo. Il commissario europeo per gli Affari monetari Olli Rehn ha avviato l’immediato esame dei termini del decreto.

Insomma, al solito c’è un problema di copertura. Una delle bozze valutate nelle scorse ore prevedeva di finanziare la misura con un anticipo al 2013 dell’aumento dell’addizionale regionale IRPEF, ma l’ipotesi ha scatenato reazioni così negative da parte dei sindacati e forze politiche da rientrare subito. Per ora.

Anche secondo le PMI di Rete Imprese Italia queste ipotetiche bozze non andrebbero incontro alle richieste delle aziende, invece accolte dal Parlamento, «di predisporre interventi di immediata eseguibilità, con procedure semplificate o automatiche, evitando il rimando a ulteriori fonti normative di carattere secondario e, soprattutto, verificando la fattibilità di introdurre la compensazione diretta tra debiti e crediti da parte delle imprese».

Tuttavia, il rinvio del CdM – in cui si dovrà necessariamente approvare il decreto sul rientro del debito della PA con le imprese – sembra proprio riconducibile all’esigenza di far quadrare i conti, magari armonizzando il provvedimento con altre misure economiche.

Fonte: PMI:it - Articolo di Barbara Weisz

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Tobin Tax senza responsabile

Il 1° marzo è entrata in vigore la Tobin Tax, anche se limitatamente ai trasferimenti di proprietà di azioni e strumenti finanziari partecipativi e alle relative operazioni "ad alta frequenza". Il 1° luglio l'imposta sulle transazioni finanziarie (Itf) entrerà in vigore anche sui contratti derivati, anche cartolarizzati) e sulle relative operazioni ad alta frequenza. Ma a oggi mancano alcuni provvedimenti attuativi e la circolare esplicativa.

Per fare un confronto, la circolare francese sulla locale Tobin Tax è stata pubblicata sul bollettino delle imposte del 3 agosto 2012, tre mesi prima della data in cui la relativa legge avrebbe avuto effetto (1° dicembre 2012).
L'imbarazzo deriva dal fatto che l'Itf italiana coinvolge gli intermediari finanziari e i contribuenti di tutto il mondo, non abituati, a differenza di quelli italiani, a operare al buio.

È quindi urgente l'emanazione del provvedimento necessario per definire i dati che dovranno essere indicati in dichiarazione dai responsabili d'imposta (dati che possono includere anche le operazioni e escluse ed esenti); in modo da consentire loro di approntare immediatamente le procedure di estrazione.

All'estero, comunque, l'imposta è stata presa molto sul serio. L'Afme (Association for Financial Markets in Europe), il 27 febbraio, aveva già reso pubblico un protocollo per regolare i rapporti e le responsabilità fra i diversi intermediari che possono intervenire in ciascuna operazione; protocollo nel quale viene, fra l'altro, prevista la possibilità di accordarsi sulla reciproca attribuzione degli obblighi di pagamento e di dichiarazione dell'imposta e sui relativi obblighi strumentali, secondo una logica che si auspica non trovi ostacoli nell'interpretazione della nostra amministrazione finanziaria.

Il principale problema, in effetti, è proprio individuare correttamente il responsabile dell'imposta. Cioè l'intermediario obbligato a versare le imposte, a presentare le dichiarazioni e a tenere le evidenze necessarie per i controlli fiscali.
L'imposta è versata dall'intermediario, che riceve direttamente dall'acquirente o dalla controparte finale l'ordine dell'esecuzione (articolo 19, comma 4 del decreto).

Se il riferimento è fatto, in senso tecnico, all'attività di «esecuzione di ordini per conto dei clienti» o di «ricezione e trasmissione di ordini» di cui rispettivamente alle lettere b) ed e) dell'articolo 1, comma 5 del Testo unico della finanza, si deve considerare che si tratta di attività riservate, dall'articolo 18, comma 1 del testo unico stesso, alle banche e alle imprese d'investimento. Pertanto, il ruolo delle fiduciarie e dei notai dovrebbe essere del tutto residuale.

Fonte: IlSole24Ore - Articolo di Marco Piazza


 

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Rettifiche da transfer price con paletti sull'Irap

L'attuale contesto normativo porta a escludere che le rettifiche da transfer pricing abbiano effetti automatici ai fini Irap, anche se spesso le verifiche contestano l'imposta regionale. Da un lato la circolare 58/E/2010 afferma che l'applicazione del regime premiale previsto dal Dl 78/2010 per le imprese che predispongono la documentazione sul transfer pricing vale tanto ai fini Ires che per ragioni di coerenza sistematica ai fini Irap. E questo propenderebbe a favore dell'applicabilità ordinaria delle rettifiche da transfer pricing (e relative sanzioni) anche all'Irap. Dall'altro lato, però, una diversa impostazione appare argomentabile in base al tenore letterale della vigente normativa Irap.

Prima delle modifiche introdotte dalla Finanziaria 2008, l'estensione delle rettifiche da transfer pricing ai fini Irap era ammessa in base all'articolo 11-bis, comma 2, del Dlgs 446/1997, che prevedeva la rilevanza delle variazioni fiscali operate ai fini Ires sul l'imposta regionale. Con l'abrogazione dell'articolo, i componenti positivi e negativi del valore della produzione che concorrono alla base imponibile Irap non sono più soggetti alle regole del Tuir in materia di reddito d'impresa in quanto assunti in diretta e integrale derivazione dalle risultanze del bilancio (principio di derivazione piena). Su queste basi, a partire dal 2008, l'estensione automatica delle rettifiche da transfer pricing ai fini del tributo regionale non sembrerebbe più consentita.

Sempre in tema di transfer pricing, durante Telefisco 2013 è stato sottoposto alle Entrate un quesito su un caso ricorrente nell'ambito delle società di distribuzione che si occupano anche di altre attività, come pubblicità, promozione del marchio, assistenza post-vendita. Una tematica che riguarda, per esempio, i produttori italiani dei settore dell'abbigliamento o arredamento che si avvalgono, per la vendita all'estero, di distributori del gruppo che operano attraverso negozi di immagine (flagship store). Si tratta di punti vendita, spesso ubicati in posizione esclusiva, la cui finalità è anche di dare massima visibilità ai prodotti con un'ottica pubblicitaria, oltre che distributiva. In questi casi è economicamente giustificato che il prezzo di cessione dei beni non sia allineato a quello praticato a un distributore indipendente che non svolge analogo ruolo di sostegno pubblicitario.

In primo luogo, l'Agenzia ha evidenziato che l'applicazione del principio del valore normale si fonda sulla comparazione tra le condizioni presenti nella transazione tra parti correlate e quelle tra imprese indipendenti. Poi ha ricordato che per determinare la corretta remunerazione del distributore non si può prescindere dal l'analisi dei fattori di comparabilità indicati dalle linee guida Ocse (caratteristiche dei beni o servizi venduti, profilo funzionale e di rischio, condizioni contrattuali, circostanze economiche e strategie di business). Dopo questa analisi si può determinare la remunerazione spettante al distributore che tenga conto delle funzioni e dei rischi assunti. In tal senso uno sconto sul prezzo di vendita al distributore del gruppo (ovvero il rimborso degli extra-costi sostenuti) può essere coerente con l'analisi funzionale, in quanto remunera funzioni ulteriori a un distributore indipendente.

Fonte: IlSole24Ore - Articolo a cura di Giacomo Albano

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Pagamenti pa: incoraggianti i primi dati sulle certificazioni dei crediti verso la pa

Dopo il primo mese di attività della piattaforma elettronica per la certificazioni dei crediti vantati verso la P.A., il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato un primo bilancio delle certificazioni rilasciate al 31 gennaio 2013. Occorre ricordare che il regime di certificazione digitale, sulla piattaforma elettronica è stato regolamentato con i decreti nn. 35 e 36 del 27 novembre 2012 del Ministero dell’Economia e delle Finanza - il primo relativo alla certificazione dei crediti verso le amministrazioni statali e gli enti pubblici nazionali, ed il secondo sulla certificazione dei crediti verso enti locali, regioni ed enti del SSN.

La Piattaforma per la certificazione dei crediti – presente sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanza - consente ai creditori della P.A. di richiedere la certificazione dei crediti relativi a somme dovute per somministrazioni, forniture e appalti e di tracciare le eventuali successive operazioni di anticipazione, compensazione, cessione e pagamento, a valere sui crediti certificati.

I requisiti dei crediti necessari per poterne richiedere la certificazione sono:

  • credito certo, ossia determinato nel suo contenuto dal relativo atto negoziale e il relativo impegno di spesa è registrato sulle scritture contabili. In assenza di contratto perfezionato e di impegno di spesa registrato sulle scritture contabili, le Amministrazioni, statali e locali, non potranno certificare il credito.
  • credito liquido, cioè determinato nel suo ammontare o facilmente determinabile.
  • Esigibile, ossia assenza di fattori impeditivi del pagamento del credito, quali, a titolo puramente esemplificativo e non esaustivo, l’eccezione di inadempimento, l’esistenza di un termine o di una condizione sospensiva. Non sono quindi in nessun caso certificabili le somme corrispondenti a debiti fuori bilancio delle Amministrazioni.

Secondo i dati del Ministero, al 31 gennaio 2013, le certificazioni già rilasciate sono state 71, per circa 3 milioni di euro. Le amministrazioni abilitate all'utilizzo della piattaforma elettronica, messa a punto dalla Ragioneria Generale dello Stato, sono 1.227, di cui oltre 900 sono Comuni del centro-nord mentre solo 70 sono enti del servizio sanitario.

Le istanze presentate dalle imprese sono 467 per un valore complessivo di circa 45 milioni di euro. Le richieste di certificazioni non evase e per cui è stata richiesta la nomina del commissario ad acta sono 5 (per le quali 1 commissario è già stato nominato).

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha anche specificato che, per quanto riguarda il decreto del Ministero dell'Economia e Finanze che istituisce la compensazione dei crediti verso la PA con le somme iscritte a ruolo entro il 30 aprile 2012 (tributi erariali, regionali, locali, crediti verso INPS ed INAIL), le compensazioni concluse nel 2012 risultano circa 200, per un importo di 15 milioni di euro.

di Stefano Feltrin

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