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    • 27/04/2016 - La finanza creativa ha portato alla crisi. È l’ora del “back to basics”
      franco-amigoni-bocconi Amministrazione, Finanza, Controllo. In un acronimo Afc. Una delle funzioni che sta acquisendo un ruolo sempre più strategico all’interno delle aziende. Per questo motivo Business International ha dato vita a un premio che valorizza proprio le imprese che nell’ultimo biennio hanno realizzato progetti e strategie innovativi in questo ambito, oltre che nella Corporate Governance e nel Risk Management.

      Uno specialista in materia, nonché presidente del comitato tecnico-scientifico di questo premio che verrà assegnato l’8 giugno a Milano, è il professor Franco Amigoni, dell’Università Bocconi.

      A BiMag ha spiegato come sta cambiando quest’area tanto decisiva per il successo delle imprese.

      Professor Amigoni, quale ruolo ricopre oggi la funzione Afc all’interno delle aziende e quali sono le sue attività principali?
      «Un modo incisivo e originale per indicare il ruolo del Cfo (Chief Financial Officer, ndr) e della funzione da lui governata è quella di indicare le seguenti quattro aree di attività: Protect Ebit, Protect Cash Flow, Build Trust e Protect shareholder value».


      Andiamo per ordine, allora. Protect Ebit.
      «Si tratta di partecipare alla “protezione” della redditività che emerge da una efficace gestione operativa. Fondamentale allora è tutta l’area della pianificazione, del controllo di gestione, del reporting operativo. In questa prospettiva la funzione Afc non deve soltanto predisporre e gestire la strumentazione di supporto, soprattutto informatica, ma deve anche svolgere il ruolo di consulente, di integratore, per assicurare che la visione di business prevalga sulle visioni “private” dell’uno o dell’altro manager».

      Proseguiamo col Protect Cash flow.
      «Si tratta di prestare grande attenzione ad un’area forse un tempo trascurata: l’ottimizzazione dei flussi finanziari, così da minimizzare il fabbisogno di capitale, a parità di volume di attività. Tutto questo passa attraverso una attenta gestione degli investimenti, in particolare in circolante, e a un’ottimizzazione dei processi di tesoreria. Anche in quest’area i sistemi informativi giocano un ruolo fondamentale, consentendo gestioni centralizzate ottimizzanti un tempo impensabili. La contrapposizione tra decentramento flessibile ed accentramento rigido ormai non esiste più».

      Faceva poi riferimento al Build trust.
      «La funzione amministrativa deve assicurare che nessuno operi “contro” l’interesse dell’impresa e dei suoi azionisti. Questo richiede sistemi amministrativi integrati ed affidabili,
      procedure a prova di frode, rispetto della normativa vigente – si pensi ai decreti 231 e 262 – indipendenza anche nei confronti del ceo e dell’azionista di controllo, per assicurare che gli eventuali conflitti di interessi vengano adeguatamente monitorati e governati».

      Infine, il Protect sharholder value.
      «La funzione amministrativa non si deve considerare al solo servizio del management e degli azionisti di controllo. Deve garantire a tutti gli shareholder che i loro investimenti saranno tutelati. Questo richiede indipendenza, rigore nel partecipare al processo decisionale e una continua informazione ampia, affidabile e trasparente indirizzata a tutti gli stakeholder».

      Com’è cambiata l’Afc negli ultimi 5 anni?
      «Le caratteristiche della funzione si sono consolidate ben prima di 5 anni fa. Sono precedenti i temi del nuovo rapporto con il mercato finanziario, dell’esigenza di maggior rigore nelle procedure interne e nelle comunicazioni di bilancio e infine della ricerca di nuovi strumenti di management – si pensi al Value based management e alla Balanced score card –. Gli ultimi cinque sono stati anni di crisi o, in altra prospettiva, di ritorno alla normalità. La “finanza creativa” ha manifestato i suoi limiti, e ha trascinato nella crisi anche l’economia reale. E allora potremmo dire “back to basics”. La funzione è dovuta tornare a concentrarsi sull’efficientamento della gestione e sull’oculato impiego delle risorse finanziarie. Il successo delle imprese nasce da lì, e non da spericolate manovre finanziarie. I vincoli posti all’operato delle banche, molto più attente alla qualità del credito, hanno poi richiesto che il linguaggio del bilancio diventasse lo strumento principale per interagire con loro: amicizie, relazioni personali, hanno fatto il loro tempo».

      Quali sono le maggiori sfide per l’Afc?
      «Tra le molte, due emergono con chiarezza. L’evoluzione, sempre più veloce, delle opportunità offerte dalle tecnologie informatiche ha condotto a una quasi completa dematerializzazione dei fattori che generano valore. Non più impianti, scorte, brevetti, che eravamo abituati a rappresentare con metodi consolidati nei nostri bilanci, ma reti, contatti, reputazione, immagine, e così via. Come governare tutto
      questo, come comunicare agli stakeholder che si sta operando al meglio? Non è un caso se ora le misure contabili tradizionali stanno progressivamente perdendo rilievo. Non più reddito, ma cash flow, Ebitda, misure insomma di cassa generata, da commisurare ai debiti, al valore delle imprese, e così via. Ma la cassa ha senso se si perpetua nel futuro, e spetta al cfo generare questo convincimento. Sfida di non poco conto».

      E l’altra sfida?
      «È sempre posta dalle tecnologie informatiche. I sistemi amministrativi si devono integrare sempre di più con quelli operativi, e devono assumere le medesime caratteristiche “user friedly “ che hanno le app sui nostri telefonini. L’evoluzione al servizio dell’amministrazione non viene dal mondo business, ma da quello consumer. L’amministrazione e la finanza dovranno essere gestite dal telefonino. E la potenza dei Big Data consentirà di gestire centralmente ed in modo flessibile l’ottimizzazione di tutti i processi».

      Come dovrà evolvere quest’area per rispondere a queste nuove sfide?
      «Il percorso evolutivo si era già manifestato da tempo: si tratta quindi di continuare su un percorso già delineato. Nella funzione tendono a ridursi progressivamente le attività routinarie, che al limite possono essere oggetto di outsourcing, e crescono le funzioni che richiedono contributi originali su molti fronti. Gli amministrativi devono diventare i “consulenti della linea”, assicurando l’integrazione tra diverse prospettive funzionali e di business, e tra breve e lungo. In più devono assicurare che tutte le norme vengano rispettate, tranquillizzando così amministratori e shareholder, e infine devono curare con professionalità una finanza al servizio del business».

      Si stanno aprendo spazi per nuove funzioni?
      «Forse emergono due nuove aree professionali, che però devono ancora consolidarsi. La prima è quella della gestione dei rischi, di cui molto si parla, e che ha assunto connotazioni diverse, e non ancora consolidate, nelle diverse tipologie d’imprese. La seconda è l’attenzione a tutti gli stakeholder, e non solo agli shareholder, il che ha condotto a forme di reporting integrato in cui agli spetti economici si affiancano quelli sociali ed ecologici».

      Quali sono i punti deboli e quelli di forza che possono essere riscontrati con maggiore frequenza all’interno delle realtà aziendali italiane per quanto riguarda le attività Afc?
      «Difficile rispondere, se non dicendo che pregi e difetti della funzione Afc sono lo specchio di quelli delle imprese in cui si trovano ad operare. In imprese attente agli interessi di tutti gli stakeholder, all’innovazione, al comportamento corretto, troveremo funzioni Afc allo stato dell’arte, altrimenti le sue caratteristiche saranno molto più “tradizionali”».

      Cosa significa oggi Afc per le piccole e medie imprese italiane?
      «La dimensione non consente, a mio avviso, di qualificare le tipicità dell’Afc. Son piuttosto rilevanti due altre caratteristiche: la quotazione in Borsa e l’esposizione internazionale. La quotazione in Borsa è il fattore che fa fare il “salto di qualità” alla funzione. È infatti l’esigenza di essere garante anche nei confronti degli investitori esterni che rende necessaria l’integrazione tra amministrazione, finanza e controllo, che rende vincolante la correttezza e l’affidabilità dei processi, e che infine richiede una informazione chiara, tempestiva ed affidabile. Se invece la funzione Afc deve essere al servizio del solo imprenditore, oggi le nuove sfide che deve affrontare sono soprattutto il mantenimento dei sistemi allo stato dell’arte delle tecnologie informatiche e la capacità di rispondere alle nuove esigenze informative del mondo delle banche».

      Faceva riferimento anche all’esposizione internazionale.
      «L’internazionalizzazione è un altro grande fattore di progresso della funzione, poiché genera nuove sfide. Diventa complessa la gestione della tesoreria in ambiente multi valutario e con flussi che transitano da diversi paesi, la gestione fiscale diventa rischiosa, le normative sui transfer price richiedono particolare attenzione e specifiche rilevazioni, e così via. Certo è che anche nelle imprese italiane la funzione Afc ha perso quella connotazione che aveva la funzione amministrativa di un tempo: una funzione specializzata, che elaborava i suoi numeri, che serviva per alcuni adempimenti, ma che certo non partecipava con autorevolezza alla gestione dell’impresa. Oggi anche nelle imprese italiane il cfo, se non è diventato il numero 2, certo si colloca al medesimo livello delle altre direzioni operative. Il suo ruolo di integratore, di presidio dell’economicità e della salute finanziaria dell’impresa, è sicuramente riconosciuto come ruolo critico, e questo riconoscimento è destinato a crescere».

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